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ate Obanzai bar, il minuscolo locale aperto da Keika Kikuchi in collaborazione con il team di Sakeya, porta sui Navigli la tradizione dell'obanzai, la cucina casalinga di Kyoto. Lo fa con piatti che cambiano con le stagioni, una delle selezioni di sake più interessanti della città e un bancone di appena dieci posti che ricrea l'atmosfera delle piccole taverne giapponesi.
Piatti preparati al momento a pochi centimetri da chi li mangerà, contenitori colmi di fermentati, pentole da cui salgono profumi di brodo e salsa di soia, bottiglie di sake, shochu e whisky giapponesi allineate alle pareti: potrebbe sembrare una strada secondaria di Kyoto. Invece siamo sui Navigli, a Milano, dentro uno dei locali più piccoli - e più difficili da prenotare - della città.
Si chiama ate Obanzai Bar ed è un'izakaya con appena dieci posti a sedere nato dall'idea di Keika Kikuchi, architetta giapponese che ha trasformato la passione per la cucina in una professione. In via Casale 3/A, questo piccolo indirizzo sfugge alle formule ormai consolidate della ristorazione giapponese milanese e sceglie invece di raccontare una tradizione gastronomica che nasce nelle case della vecchia capitale del Giappone.
In giapponese izakaya significa letteralmente "luogo dove fermarsi a bere sake", mentre ate indica gli stuzzichini serviti per accompagnare le bevande. Ma definire ate Obanzai bar un semplice bar sarebbe riduttivo.
Il protagonista è infatti l'obanzai: una cucina fatta di piccoli piatti stagionali, spesso a base di verdure, preparati secondo ricette di famiglia che seguono il mercato e il ritmo delle stagioni, un po' come accade con le tapas spagnole. Ad accompagnarli c'è una carta di sake, shochu e distillati giapponesi tra le più interessanti della città, sviluppata insieme al team di Sakeya, lo storico bistrot considerato una vera e propria “casa del sake” a Milano.
L'ingresso è nascosto dietro un noren, il tradizionale divisorio in stoffa giapponese che viene utilizzato per segnalare che un negozio è aperto.All'interno il legno dialoga con i mattoni e quasi tutti i posti si affacciano sul bancone, dove gli ospiti possono osservare da vicino il lavoro di Kikuchi. È lei a cucinare, servire e scrivere ogni giorno a mano il menu, arricchendolo con piccoli disegni che richiamano il suo passato nel mondo del design. Anche gli interni sono stati progettati dalla proprietaria.
Come in ogni izakaya che si rispetti, i piatti arrivano al centro del tavolo e sono pensati per essere condivisi. La proposta spazia dagli obanzai più tradizionali - il kiriboshi daikon (ravanello essiccato), il tsukemono (verdure fermentate), il tamagoyaki (la tipica frittata arrotolata), il takowasa (polpo condito con wasabi) e lo shiokara, un fermentato di calamaro dal sapore intenso che è la scelta più coraggiosa del menù - a preparazioni più contemporanee come il temaki sushi, le crocchette di wagyu, il wagyu su pane tostato e il ramen di pollo.
Ogni piatto cerca di valorizzare l'intero animale, recuperando tagli e parti meno consuete, e, accanto ai classici del menu, compaiono spesso preparazioni fuori carta che rendono ogni visita diversa dalla precedente. Per chi desidera avvicinarsi al mondo del sake è disponibile anche un percorso di degustazione dedicato, con tre etichette selezionate.
“L’obanzai è, prima di tutto, cucina di casa: spontanea, stagionale e in continua evoluzione”, racconta Kikuchi. Una casa che, dieci coperti alla volta, porta Kyoto sui Navigli.