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Appunti Diviàggio: Reale a Rivisondoli

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Pubblicato il 11.12.2008
C'è qualcosa di assurdo in questa notte d'Abruzzo. Rotolare a capofitto sulla strada del Macerone, raggomitolata in un milione emmezzo di curve: che ad ognuna ti aspetteresti di veder comparire gli occhi gialli e grigi di un branco di lupi. E magari sono solo sciami di vacche panzone abbagliate da un fascio di luci abbaglianti riflesse un milione di volte dalle pozze d'acqua ai lati della strada. Sono curve roride della nebbia acquosa della Majella, nuvole fuggitive tra le quali la luna smilza cerca il suo momento, intermittente. C'è qualcosa di assurdo nella colonna sonora di questo viaggio in mezzo alle ombre, crittato dai ritmi tachicardici di una canzone dei Portishead: Silence. Silenzio, dice, e sono armonie frattali e melodie anguste e scricchiolanti, delicatamente rigirate nel graffio di suoni sintetici. Plastificati e finti, così paradossalmente poetici. Mentre ruoti il volante ancora una volta levigando un' altra curva mozzafiato pensi che se l'arte è documento del tempo, c'è arte in questo angoscioso incedere di contrarii. E pensi alla ordinata cacofonia di sapori di Niko Romito che di colpo diventa arte quando le pietanze trasmutano: una specie di profanissima transustanziazione che di colpo t'accorgi d'accadere, quando i piatti diventano affreschi, anzi sculture, anzi architetture dei sensi. Schiocchi le labbra per risentire l'acido in fondo al dolce, l'amaro giustapposto al salato, il morbido che termina nel croccante. Arte la più effimera, e quindi la più intima: un distillato di qui ed ora che stilla come ambrosia, alchimia dopo alchimia.

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