Cosa mangiavamo nel 2016? Un trend social che sblocca i ricordi, anche a tavola
Gennaio 2026. Scorrere i social, in questi giorni, significa attraversare un archivio emotivo condiviso. Foto sgranate, facce più giovani - o forse solo meno allenate a guardarsi. Il trend invita a pubblicare qualcosa di dieci anni fa, 2016. Un gesto semplice, apparentemente innocuo, che funziona anche perché è più gentile di altre prove di realtà: meglio una foto di allora che un selfie appena svegli.
Per chi si occupa di cibo e social, i trend sono materia quotidiana. Cambia il soggetto: dalla "tomato girl summer” carico di colori rassicuranti alle classifiche dei cibi da 1 a 10. Qui, però, il cibo non è il protagonista dichiarato. Eppure, basta poco perché torni al centro. Anche noi, travolti dall’album infinito di ricordi di vip e persone comuni, abbiamo provato a ricostruire il nostro 2016 in cucina. Ne è uscita una constatazione semplice: il tempo corre, anche tra i fornelli.
Il 2016 è l’anno in cui l’avocado toast smette di essere una curiosità e diventa linguaggio comune. Un piatto che nasce lontano, nel 1993, in un caffè di Sydney aperto da Bill Granger, e che arriva fino a noi passando per colazioni, brunch, libri di cucina e feed sempre più verdi. Nel 2016 quella fetta di pane con avocado è già ovunque. Bella, semplice, vegetale. Instagrammabile, prima ancora che “instagrammabile” diventasse una categoria del reale.
Sono gli stessi anni in cui cominciamo a mangiare ramen senza sentirci fuori posto, inizia a diffondersi l’estetica arcobaleno nel cibo e consideriamo normale ordinare una poke bowl. I macarons, con l’arrivo di Ladurée a Milano già qualche anno prima, esplodono davvero; la quinoa entra e esce dalle dispense con una velocità sorprendente; la curcuma scalda il golden milk. E mentre su Google la ricetta più cercata resta il tiramisù classico, iniziamo già a smontarlo, ricomporlo, declinarlo in ogni forma possibile.
Non è nostalgia, o almeno non solo. È riconoscere che quello è stato un momento chiave: l’istante in cui il cibo ha iniziato a raccontarsi in modo diverso, più libero dai canoni codificati e più attento all’immagine, al corpo, all’idea di benessere. Un cibo spesso buono, a volte più bello che consapevole. Pensiamo all’avocado: ci piace ancora, per la direzione che indica verso un nutrirsi più vegetale. Ma oggi sappiamo anche quanto costi al pianeta, perché spesso arriva da lontano, e per l’acqua che richiede. Guardare al 2016 dal 2026 significa anche ammettere che allora Instagram e i social erano molto presenti nelle nostre vite non erano ancora la nuova realtà, e che molte delle nostre competenze - sociali, culturali, persino politiche - non si formavano soprattutto lì. È qui che, sì, passa un filo di nostalgia. Non per i piatti in sé, molti dei quali sono ancora con noi, ma per un tempo in cui il racconto del cibo stava nascendo come linguaggio condiviso, senza sapere fino in fondo dove ci avrebbe portati. Forse il valore di questo trend sta proprio qui: non nel rimpianto, ma nella possibilità di rivedere l’inizio di una storia che stiamo ancora scrivendo. Anche a tavola.
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