Perché gli inglesi bevono tè? Forse è stato merito, o colpa, di un fungo
Fino al 1869 l'Impero britannico coltivava il suo caffè in Sri Lanka, poi arrivò la ruggine del caffè. L'industria si convertì alla coltivazione di tè, e i sudditi cambiarono la loro bevanda di elezione: un'altra malattia vegetale che ha cambiato il corso della storia?
Da qualche tempo gli inglesi ne bevono meno di un tempo, ma il tè è ancora uno dei simboli del Regno Unito. Nel XVII secolo era un bene di lusso, accessibile solo alle classi sociali più alte, ma nei secoli il rito del tè si è esteso a tutti gli strati sociali. Ci sono molte ragioni per cui questo è successo, ma secondo alcuni studiosi è stata determinante un'improvvisa epidemia nelle piantagioni di caffè.
L’isola perduta del caffè
Dal 1830 al 1880 Ceylon, l’attuale Sri Lanka, è stato uno dei maggiori produttori di caffè del mondo. Era una colonia britannica dalla quale Regno Unito importava un caffè molto pregiato. Ma in pochi anni l’industria collassò a causa di una nuova malattia: la ruggine del caffè. La malattia riduce la fotosintesi della pianta, e di conseguenza anche la produzione di bacche e dei chicchi di caffè. Il fungo che la scatena fu battezzato, appropriatamente, Hemileia vastatrix (vastatrix in latino significa “devastatrice”).
Nel clima caldo e umido di Ceylon le sue spore viaggiavano veloci, nonostante i tentativi di controllo degli scienziati britannici. Il colpo di grazia arrivò col crollo del prezzo del caffè, nel 1879: alcuni coltivatori abbandonarono le piantagioni a loro stesse, favorendo ulteriormente la diffusione del fungo. L’unica soluzione era cambiare coltura, e fu così che Ceylon si rivelò ottima per crescere il tè. Il successo del tè di Ceylon avrebbe, in un certo senso, fatto dimenticare agli inglesi il caffè. Il resto è Storia, o così si dice.
I microbi cambiano la storia, anche in agricoltura
Non tutti, infatti, sono convinti che l’epidemia di Ceylon abbia davvero cambiato le abitudini del Regno Unito. In Coffee Is Not Forever lo storico Stuart McCook spiega che Ceylon era solo una delle fonti di approvvigionamento, e che la metà del caffè importato in UK era in realtà ri-esportato verso altri paesi. Insomma, non è vero che gli inglesi prima dell'epidemia consumassero più caffè e quello di Ceylon non era cruciale per il commercio dell’impero.
Secondo McCook, sono stati i patologi vegetali G. L. Carefoot e E. R. Sprot, ad azzardare questa ipotesi negli anni Sessanta del secolo scorso. Nel loro libro Famine on wind hanno scritto che forse, senza la ruggine, gli inglesi sarebbero ancora fortissimi bevitori di caffè. In seguito molti scienziati hanno trovato questa storia perfetta per spiegare la portata delle malattie vegetali. Rimane però una speculazione, e molto ardita, con più indizi contro che a favore.
Ma la storia del caffè di Ceylon ci insegna comunque qualcosa. Un fungo microscopico, nelle giuste condizioni ambientali e sociali, in pochi anni ha spinto un paese ad abbandonare una delle sue colture più redditizie. E da allora, Hemileia vastatrix è arrivata ovunque si coltivasse il caffè. L’esistenza della nostra bevanda preferita continua a dipendere dalla capacità degli agricoltori di tenere il fungo a bada attraverso diverse tecniche: dall’uso di varietà resistenti, all’irrorazione di fitofarmaci, alla corretta potatura. Nel terzo anno di pandemia ormai ognuno di noi si è fatto una cultura su microbi, epidemie, focolai, quarantene. Anche se non ci pensiamo spesso, gli stessi fenomeni sono all’ordine del giorno in agricolutra.
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