L'agricoltura è sempre più digitale: dobbiamo preoccuparci degli hacker?
Gli esperti ci allertano: qualunque sistema informatico è attaccabile da un hacker, compresi quelli che ora governano i campi e gli allevamenti.
Come le nostre case e le nostre città, anche l’agricoltura sta diventando smart. I campi sono sorvolati da droni che studiano la crescita delle colture, le irrigazioni sono gestite da computer, e si cominciano a vedere i primi robot-agricoltori. Dalle serre alle campagne, si moltiplicano i sensori che ottimizzano tutte le operazioni colturali, dalla fertilizzazione all'irrorazione di agrofarmaci. Forse non succede ancora nel campo dietro casa nostra, ma non è più fantascienza. Per i sostenitori, è una nuova rivoluzione agricola che promette, grazie alle nuove tecnologie, di produrre di più con meno risorse. Ma le nuove tecnologie hanno anche dei rischi, che possiamo riassumere in una parola: hacker.
Rischi concreti
Un agricoltore utilizza una rete di sensori per regolare l’irrigazione dei suoi campi, ma vengono sabotati da un concorrente in modo da allargargli le colture. Una cooperativa agricola raccoglie anni di dati sensibili sui campi dei suoi membri, dalle rese alla quantità di fertilizzanti acquistati, ma un giorno queste informazioni sono rubate e rese pubbliche. Una potenza straniera paralizza le macchine agricole smart di un paese nemico sfruttando un programma installato all’insaputa degli agricoltori su alcuni componenti. Sono solo alcuni dei possibili scenari elencati nel 2018 in un rapporto dello Homeland Security, il dipartimento per la sicurezza interna degli Stati Uniti. Sembrano usciti da un film di spionaggio, eppure sono tutti rischi concreti. Tutto ciò che viene investito dalla rivoluzione digitale deve fare i conti coi cybercriminali: perché l’agricoltura dovrebbe fare eccezione?
Attacchi in aumento
Qualche assaggio di questi pericoli lo abbiamo già avuto. Negli ultimi due anni diverse aziende agroalimentari sono state colpite da ransomware: i cybercriminali hanno paralizzato i loro sistemi informatici e chiesto un riscatto in bitcoin (che non sono tracciabili) per riportare il tutto alla normalità. L’attacco più famoso risale a giusto un anno fa e ha colpito la JBS, la più grande compagnia al mondo di lavorazione della carne. Una cybergang ha messo fuori uso il loro sistema informatico, bloccando molte delle loro attività in Australia, Canada e Stati Uniti. Tutte le operazioni degli stabilimenti JBS, dalla marcatura degli animali al loro spostamento, assieme a tutte le transazioni, sono infatti gestite da computer connessi in Rete. L’azienda ha dovuto prima mandare a casa i lavoratori, perché non potevano più fare nulla, e poi rassegnarsi a sborsare gli 11 milioni di dollari di riscatto. Da allora gli attacchi ransomware ai danni dell’agroalimentare sono diventati più frequenti.
Il settore non è ancora preparato
Nell’agricoltura la rivoluzione digitale è più recente, quindi ha sviluppato meno “anticorpi” per difendersi rispetto agli altri settori, che pure non sono immuni. Gli esperti sembrano molto preoccupati, a giudicare dalla quantità di studi che escono sull’argomento. Fanno notare che una crisi globale come la pandemia ha avuto impatti tutto sommato limitati sulla produzione e distribuzione di cibo (in parte anche grazie alla digitalizzazione), ma basterebbe una serie di attacchi informatici ben coordinati per fare molti danni. Lo sviluppo dell’agricoltura digitale va quindi accompagnato dalla consapevolezza che qualunque sistema informatico è attaccabile e va protetto con adeguate contromisure. Un aspetto che forse non riceve ancora la giusta attenzione.
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