Perché il migliaccio si chiama così, anche se non c’è il miglio (e nemmeno il sangue di maiale)
Perché un dolce che oggi profuma di agrumi e ricotta si chiama migliaccio, se di miglio non c’è più traccia? La domanda sorge spontanea, davanti a una fetta morbida e chiara che sembra lontanissima dall’idea di un cereale antico. Eppure, il nome è una pista affidabile, una di quelle che riportano indietro nel tempo.
Il migliaccio è considerato uno dei dolci più antichi della tradizione campana. Le sue origini affondano nel Medioevo, quando il Carnevale non era solo una festa, ma un passaggio stagionale cruciale: il momento in cui si consumavano le scorte, si celebrava l’abbondanza prima della Quaresima e si metteva in tavola ciò che il mondo contadino aveva a disposizione. In questo contesto nasce una preparazione semplice, nutriente, pensata per saziare.
Il nome deriva dal latino miliaccium, cioè “pane di miglio”. Il miglio, oggi quasi scomparso dalle nostre cucine, era invece molto diffuso: resistente, economico, adatto a un’agricoltura di sussistenza. Con la sua farina si preparavano focacce e impasti arricchiti con ciò che offrivano stalle e pollai: latte, uova, un po’ di zucchero quando c’era, ricotta - spesso di capra. In alcune versioni antiche compariva anche il sangue di maiale, ingrediente comune nella cucina povera, considerato altamente nutriente e legato al rito della macellazione invernale. Un elemento così carico di significati da suscitare, per secoli, diffidenze e contrasti con la Chiesa, che lo giudicava retaggio di pratiche pagane. Non a caso, lo stesso sangue sopravvive a lungo in un altro simbolo carnevalesco, il sanguinaccio dolce, da non confondere con l'insaccato che porta lo stesso nome.
Con il tempo, però, il migliaccio cambia. Il miglio viene progressivamente abbandonato, sostituito dalla semola di grano duro, più disponibile e più “moderna”. Il sangue scompare, qui e altrove, e il dolce si addolcisce davvero: entrano stabilmente zucchero, aromi, scorze di agrumi, fino alla ricotta che oggi ne definisce la consistenza. Eppure, nonostante tutto, il migliaccio resta un dolce di casa; più che da vetrina, da forno domestico. A Carnevale continua a comparire accanto a chiacchiere e sanguinaccio, non per nostalgia, ma perché racconta una storia ancora comprensibile: quella di una cucina capace di adattarsi, di cambiare ingredienti senza perdere memoria.
Mangiare oggi il migliaccio significa assaggiare una tradizione austera ed essenziale del passato, ricostruendo un legame profondo con il tempo in cui è nata. Un dolce che, ogni anno, torna puntuale sulle tavole non solo campane, come una risposta silenziosa a quella prima domanda: sì, il miglio non c’è più, ma la storia è ancora tutta lì.
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