Attualità

L'ultimo Primo dell'Anno

pubblicata il 01.01.2012

Ha guidato molte ore, senza fermarsi. Arrivato in albergo, nella città costiera, ha trovato il portiere di notte con il colletto della camicia aperto, il nodo della cravatta allentato, uno scapino fatto in fretta. Lo riguarda in evidente stato di alterazione etilica: sta appoggiato al bancone, il mento incastrato nel palmo della mano, a sua volta in equilibrio approssimativo sul gomito. Sulla faccia stanno appese palpebre che sembrano cuscini a cui abbiano tolto l'imbottitura. Gli occhi, al di sotto, sono opachi e corti. L'uomo con il cappotto dice Ho una prenotazione, per ieri sera. Ho fatto tardi, ho guidato tutta la notte. Il ghiaccio, la neve. Il freddo. Il portiere dice qualcosa di inutile, trascinato e gobbo, e l'uomo ripete Ho una prenotazione, e gli mette un documento liso sotto il naso. Il portiere bofonchia, borbotta, armeggia svogliatamente nel sottomano,  poi gli allunga - più schiantato che sgarbato - una chiave con un enorme pendolo peloso. Quei grossi, malsani lombrichi di stoffa rossa, spelacchiata e impallidita da troppe mani e troppe notti forestiere, e da troppe carezze clandestine, e da troppi risvegli istupiditi di stanchezza, di malumore e di nostalgia. L'uomo chiede indicazioni per l'ascensore, la camera è al tredicesimo piano.  Il portiere alza un braccio apoplettico e indica una direzione vaga, compresa tra Lubecca e Tallin. Il braccio a mezz'aria sbanda come una manica a vento in un giorno di vento molle, e così non è facile capire dov'è il Nord. Figurati l'ascensore. C'è movimento, nell'albergo: i festanti stanno rientrando, o forse uscendo ora, in mezzo a qual momento che si incastra tra il desiderio della notte di iniziare a morire, e l'aspirazione del mattino di piantare i palmi sul nuovo giorno. E' il momento in cui gli amanti si abbandonano per un istante, per guardarsi e convincersi che sì, quello è il momento giusto per andarsene. E' il momento in cui gli amici, i vecchi amici di lunga data, spingono avanti il bicchiere ancora mezzo pieno, schioccano la lingua e dicono E' il momento giusto per andarsene. E' il momento i cui i sogni si accendono della luce fioca di un risveglio imprevisto, e decidono che è il momento giusto per andarsene. L'uomo si arrampica sull'ascensore, preme piano tredici. La stanza è un numero lungo e finto, la valigia sembra piena di lingotti di piombo radioattivi. Entra, con una ultima occhiata al display del telefono muto ormai da molti secoli. Ma l'uomo non lo sa: quello è il momento esatto in cui la notte indecisa si raggomitola in una esitazione senza forza e senza respiro, è il momento in cui i sognatori si aggrappano al sonno, ficcandogli le punte delle dita nei lombi a trattenerlo ancora un po', perchè no, non è ancora il momento di andarsene. Il suo sogno ha il profilo di luce della città in festa, ha i diamanti nascosti nelle ombre, ha taglietti di buio così profondi da agghiacciare un cuor di leone, e virgole abbaglianti, così abbaglianti da offendere la folgore. Il suo sogno sbrindellato e sfatto, crivellato di dubbi e di stanchezza, sta appollaiato sul profilo della città, tendendo la notte in un pugno e il mattino nell'altro, e strappa con i denti i minuti dall'orologio di cartone appeso al bordo del cielo. Il suo sogno gli rimanda l'immagine riflessa a fatica dai vetri fumati della grande finestra, l'immagine di un uomo con il cappotto con le braccia morte appese alle spalle come se fossero tenute insieme solo dalle maniche del cappotto. O forse di un pupazzo con il cappotto cucito addosso al manico della valigia con le ruote, mai vivo di vita propria ma sostenuto da diafane architetture d'alluminio, contratti inevasi e cambiali tratte. Ma il sogno è vivo, e l'uomo lo vede. Si toglie il cappotto e l'abito stazzonato, la camicia infestata di pieghe oblique e seghettate. Sfila la maglia acciaccata, scopre le gambe rattrappite ma ancora attraversate da una sorta di elettricità gentile. Si fa scorrere acqua rovente sul petto, si rade accuratamente mentre gli occhi si riaccendono, i muscoli si riprendono, le orecchie smettono di rombare, le dita smettono di tremare. Indossa una camicia bianca e una cravatta viola, spazzola le scarpe nere, si riavvia i capelli grigi si avvia alla porta. Passando davanti al concierge getta la chiave con noncuranza la faccia piena di sorrisi parzialmente macchiati d'ansia. S'incammina verso la Festa, che si porterà via tutte le feste. Per sempre.    

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