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Il Sabato del Villaggio | Venne il tempo dell'apologia del Luddismo

pubblicata il 01.10.2011

Mio nonno Ivo era un comunistone in regola con il piano regolatore: partigiano, ricinato e bastonato, con i tedeschi accampati nell'aia dava rifugio ai transfughi nel fienile, rischiando la ghirba ogni dì. Poi fece la Lotta Operaria delle Reggiane, durante la ristrutturazione da fabbrica bellica di aeroplani da caccia a impresa ferroviaria; si prese un cancro ai polmoni e continuò a coltivare uve e a produrre i vini rustici della pedecollina. La vigna del nonno la ricordo ancora, è ancora lì: le tirelle di sei metri aggrappate agli olmi; la biodiversità, con cento vitigni differenti, molti scomparsi; ancellotta, lambrusco, ma anche barbera, termarina, picòl ros; il pesco il melo e il pero infilati tra i tralci; le prese agricole tra i filari: grano, erba medica, sorgo, frumentone. Il durone, da cui caddi un certo numero di volte con le mani arrossate di sugo. Ricordo anche la sua cantina: con il vascone per pestare l'uva con i piedi, e più tardi la garòla presa in prestito per pigiadiraspare; i filtri appesi al soffitto; il mosto; le grosse bottiglie nere; il torchio per ottenere quel vinaccio nero come la morchia che si bevevano solo gli uomini, tanto era ruvido. E mi ricordo il "metodo tradizionale di vinificazione" che prevedeva l'aggiunta di bisolfito nei tini a manate. Una più una meno, che mi viene tanto da ridere con la riscoperta del bel tempo andato: che andava meglio quando andava peggio. I vini che uscivano da quella cantina erano terribili. Ma mi ricordo soprattutto la vendemmia: e non la mitologia della comune che tutti insieme fatichiamo. Mi ricordo l'atto del prendere in mano il grappolo, duro come il petto di una ragazza di sedici anni emmezzo; palpeggiarlo con le dita, assaggiarne le curve, e con un colpo secco cimare il picciolo con la roncola, che le forbici son per le donne. L'atto del raccogliere il frutto è carnale, ci s'imbroda di succhi e di sudore, si tracima in una fatica che a sera rende ebbri e ottusi come una bevuta, o come un appassionato convegno amoroso. Ecco adesso che vedo questi arnesi dalle forme sproporzionate, smodatamente alti, mostri interplanetari con gambe lunghissime, a camminare tra le viti, violentarle con immonde mani meccaniche: raspando via il frutto come fosse pietra dalla cava, senza cuore. Si aggirano tra i filari, come le macchine dei film di fantascienza catastrofica in cui non c'è più posto per gli umani. Dicono, razionalizza. Cioè si riducono i costi. Ma io il vino non lo voglio pagare meno. Lo voglio pagare di più. Mettimi un euro o due sulla bottiglia, non discuterò il prezzo, ma raccogli le uve a mano, e toglimi dalla vista quei càncheri. Che l'uva non sono bulloni, perdiòniso.

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