In una città straniera, nient'affatto bilingue come Zurigo, aggirarsi per la Hauptbahnhof regala sensazioni discordanti. Da un lato il senso straniante di doversi concentrare anche per capire dov'è il Binario 4, dall'altra quest'ordine beatamene normale che ti ruota attorno. Il salto logico-temporale è pari a quello che provi quando ti aggiri attorniato dai Bajaj in Connaught Place, a Dheli.
L'avverti sulla pelle, ed è una diversità nemmen troppo sottile: una way-of-life che si basa su presupposti diversi fin nelle radici. Pur senza affrontare temi antropo-sociologici che ci porterebbero troppo lontani - e per la verità in territori per i quali ho una competenza pari a quella sulla danza classica - una considerazione facile si può fare: e si può pure scriverla in un modesto blog di provincia dedicato all'enogastronomia.
Uno. Il carrelista del treno passa, e - letteralmente - corteggia i viaggiatori. Li blandisce, parlo loro in tre lingue diverse, esalta la qualità del suo caffè, fa il simpatico, si prodiga a cambiare le monete di altro conio. Sorride. Ama i suoi clienti: li adora. Desidera farli felici. E desidera che parte di questa felicità ricada su di lui in forma di denaro, lavoro, servizi, infrastrutture, scuole per i suoi figli, ospedali per sè e per i suoi cari, eccetera.
Due. Alla stazione, per cambiare i biglietti: la signora dietro il vetro forato parla tre lingue, spiega sorridendo le regole per il cambio di prenotazione e che sì, posso salire su un altro treno, ma purtroppo dovrò arrangiarmi con i posti a sedere. Mi restituisce il biglietto, mi sorride e mi augura buon viaggio.
Tre. Attorno ai binari ci sono sei luoghi di ristoro. Non recinti da ingrasso, ma ristoranti, brasserie, snack bar, lounge, et coetera. In uno di questi il cameriere pakistano quasi mi abbraccia quando entro: sprizza felicità da ogni poro. Mentre mi avvio al servizio idraulico mi rincorre, sempre sorridendo: con un gettone in mano. Dice, ci vuole il gettone, altrimenti dovrebbe pagare due franchi. E mi sorride.
Poi prende l'ordine sorridendo, sorridendo mi piega che i King Prawn sono proprio buoni e sì, sono leggermente speziati, ma non tanto. L'acqua, dice, basta mezzo litro: che tanto se ne voglio dell'altra poi me la porta, non c'è bisogno di prendere subito la misura più grande. Il locale si riempie, si stipa: il cameriere corre da per tutto, con lo stesso sorriso a 80 denti. Blandice i clienti, fa un po' di teatro: desidera che gli avventori siano felici. E desidera che parte di questa felicità ricada su di lui in forma di denaro, lavoro, servizi, infrastrutture, scuole per i suoi figli, ospedali per sè e per i suoi cari, eccetera.
Poi torno di qua, e vedo carrelisti che mi odiano, facchini che mi odiano, bigliettai che mi odiano, baristi che mi odiano, taxisti che mi odiano. Tutti mi odiano, nessuno mi ama.
E dire che in fondo io sono addirittura disponibile a pagare il conto, per essere amato.