Attualità

Il Sabato del Villaggio | Trovare il momento giusto per farsi una manica di domande su Identità Golose.

pubblicata il 11.02.2012

In virtù di una serie di prossimi tuonanti cambiamenti nella mia ormai non brevissima vita professionale, ho potuto partecipare alla fiera della gola milanese edizione venti-dodici in lungo e in largo. E in lungo e in largo ho raccontato la mia esperienza, magari dimenticando qualche caffè a scrocco e qualche birretta grassata con destrezza. Urgono tre domande, vista la canèa che s'ode in rete, e fuori. 1. Cos'è diventata IG 2. La consunta polemica delle "quote rosa" di Identità Donna 3. A cosa serve una Fiera del Lusso quando la crisi artiglia i vetri delle nostre case 1. Identità Golose è un prodotto. Ha un orientamento ben preciso: quelli bravi direbbero B2B, Business to Business. Cioè operatori che vendono ad altri operatori. Il lato cliente finale è confinato in un angolo, nell'ombra. Il prodotto IG è dunque destinato a scambiare opportunità d'affari tra i fornitori di prodotti per la ristorazione, e gli operatori della ristorazione. Il contenitore è un congresso di cucina. A voler essere un po' meno democristiani, il congresso di cucina è il pretesto, come una rivista di - mettiamo - navi è il pretesto per la raccolta pubblicitaria di fabbricanti di navi e articoli per navi. Non c'è nulla di non dichiarato, o sottinteso, o torbido nè negli intendimenti nè nel manifesto della Fiera: quest'anno più che mai tanto mercato. E non potrebbe essere altrimenti, perchè IG vive della partecipazione di coloro che sono interessati alle lezioni: cuochi, giornalisti, blogger, appassionati. Questi raramente pagano, perchè il prezzo del biglietto è esorbitante e gli accrediti sono proprietà diffusa. Quindi i costi relativi alle cookstar li pagano gli sponsor, che a fronte di un loro non moderato impegno economico cercano un riscontro. E vista la generosità con cui i prodotti si scialavano, e la continuità degli espositori presenti, viene il dubbio che il ritorno ci sia. 2. Ah, le quote rosa. MI viene una flebite solo a scriverlo, d'accordo. Del resto, è stata la prima cosa che ho pensato anche io: l'unico modo di far salire le cuoche sul palco è mettercele dentro di forza, in un loro scatolone frufrù magari con l'orsetto appeso al parabrezza. Facciamo presto: nella vituperata lista dei Top 50 Best etcetera, le donne sono: una. Una, ci sarà pur un motivo. La spiegazione facile è quella che ha dato anche il volonteroso Paolo Marchi, a proposito della cucina rassicurante delle donne, e della giocoloneria degli uomini più votati ad osare. Cucina più legata alla tradizione quindi, secondo il deus ex machina di IG, della cui presentazione non ho condiviso nemmeno le virgole. La spiegazione del tutto è in ampia parte culturale, e si estende ben oltre i confini della cucina. Ora mi addentro in una campo minato, ma premetto che se parlo di componente femminile e maschile del carattere non mi riferisco alle preferenze sessuali, di cui mi importa meno di un tubo. E ne parlo serenamente perché misuro queste componenti su di me, prima che sugli altri. Dunque: da un lato vedo cuochi che hanno una sensibilità molto vicina a quella femminile per il senso delle cose: il dettaglio, la finezza, la sfumatura; dall'altro cuoche che hanno una componente maschile molto spinta per forza e assertività. Il che non significa che abbiamo cuochi effeminati o cuoche mascoline, affermazione di ben altro signifcato. Quindi mi pare che dal punto di vista genetico - chiamiamolo "predisposizione" - possano diventare grandi cuochi/e le *persone* con caratteristiche di sensibilità superiori alla media, unite a determinazione, continuità, tenacia feroci, e talenti sfavillanti. Dal punto di vista culturale invece va ben diversamente: 1 cuoca su 50 significa che ai blocchi di partenza c'è qualcosa di differente: aprire i microfoni alle ragazze ci ha dato la possibilità di sapere qualcosa di più. Il prossimo passo, se Paolo Marchi mi sta leggendo, è prendersi il rischio di metterle tra gli altri: quelle brave. Pari dignità nelle auspicabili differenze. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare, e Identità Donna è meglio di un dito in un occhio. 3. Fare la Formula 1 costa. La F1 produce innovazione tecnologica, che poi verrà trasferita sulle auto di serie. La stragrande maggioranza dei progressi tecnologici delle auto di serie proviene dalle competizioni, che sono in sostanza una compressione di situazioni estreme. Un giro di pista in F1 condensa le situazioni limite dell'intera vita di un'auto da strada: non può costare poco. Il paragone non tiene, dirà il poeta: dell'auto si può fare a meno, di mangiare no. Eppure se penso ai menù della mia mamma il secolo scorso e quelli che ammannisco io ai miei figli vedo differenze siderali: e non solo perchè io sono un impallinato, ma perchè una certa cultura del cibo si è fatta strada soppiantando abitudini sorpassatee - o addirittura insalubri - anche grazie alla cucina d'avanguardia. Ora però c'è il riflusso: la trattoria, i piattoni di ravioli, il bel tempo andato. Forse  a Paolo Marchi direi di valorizzare anche i cuochi che fanno cucina di pregio scegliendo i prezzi bassi: e non solo il citatissimo Davide Oldani, ma quelle Tavole che offrono buone combinazioni con prodotti di qualità seppur non di lusso estremo. Che so, un Sobrietà Golose, che premi i ristoranti che ti fanno felice con - fammi dire - 30 europei. Va bene, per oggi basta.

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