Attualità

Il Sabato del Villaggio | Non rispettarmi, ma fammi felice

pubblicata il 30.07.2011

La mia mamma aveva una concezione semplice e chiara della parola rispetto: le cambiali andavano pagate, chiuso. Ricordo che quando cambiò l'arredo del negozio da parrucchiera - si era comprata i caschi, tra gli oggetti più affascinanti della mia infanzia - ebbe un pagamento cambializzato. Andava in banca "dal ragioniere" il giorno prima con i soldini, per timore di dimenticarsi. E "il ragioniere" le diceva signora non si preoccupi. Lei rispondeva, sempre: non mi preoccupo, voglio solo rispettare le scadenze. Sembra un altro mondo oggi: quando solleciti un pagamento scaduto da mille giorni ti offendono, eh, avrà mica paura che non la paghi. Il mio papà, di cui invece posso ancora pallare al presente, ha un'idea diversa del rispetto, assai più gommosa. Allora c'era la Banca Agricola, in via Emilia: aveva colonne immense, che a me piccolo parevano quelle dei Faraoni. La volta che andammo a prendere la Cassetta di Risparmio, quelle con la targhetta e il nome inciso sopra, mi disse, Andiamo in Banca, dobbiamo vestirci bene. Chiesi perchè, cosa aveva sta Banca da richiedere tutta questa pantomima. Lui rispose "Rispetto, ci vuole rispetto per la Banca". Oggi vedo usata la parola rispetto con grande dovizia. Al telegiornale, alla radio, tra le genti, nelle coppie.E la vedo soprattutto usata quando qualcuno che scrive di qualcosa racconta la sua insoddisfazione per quel qualcosa. Esempio: "sono stato all'Osteria della Polveriera, il minestrone sembrava quello della Findus". Oppure "Ho bevuto il Piglio della Lavandaia 2008, era molle piatto e senza spina". Opinioni eh, mica le Tavole della Legge. E subito il vignaiuolo di là, o lo chef sotto forma di varie forme ectoplasmatiche se ne esce con "eh, ma tu cosa ne sai, della fatica che faccio io? di quello che sono io? e di mio zio? e di mio nonno? qui stiamo pallando di soldi, mica cotiche. Ci vuole più rispetto per chi lavora." Allora vorrei dare alcune notizie. 1. Incredibilmente, lavoro anche io. Circa 12 ore tutti i giorni. 2. L'insalata del mio orto produce foglie, non fogli. Da cento euri, intendo. 3. Non vedo in cosa manchi di rispetto al lavoro degli altri dire che il lavoro degli altri produce un risultato non conforme alle mie aspettative, o al prezzo pagato. Spesso tutti e due. 4. Non vedo in cosa differisca il denaro frutto del sudore delle mie ascelle dal quello frutto del sudore della fronte del vignaiuolo, o delle cosce dello chef. 5. Prima o poi bisognerà capire che il prodotto della nostra creatività e del nostro lavoro è un pezzo di noi, ma non è "noi". E se dico che la tua mortadella sa di guano, non dico che Tu sei un uomo di guano. 6. Se rispetto significa non pensare quello che penso, e non dirlo: con garbo e franchezza, ma dirlo: beh, allora no, non sono un tipo di rispetto. Resta poi da dire: che dovendo scegliere tra essere rispettato ed essere felice, non ho dubbi su quale sarebbe la mia scelta. Immagine: Storie in Soffitta.

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