Davvero abbiamo bisogno di hamburger di leone, sushi di zebra e bistecche di tigre?
Una startup britannica ha svelato le sue proposte di carne coltivata, che riproduce il sapore degli animali selvaggi. Correndo il rischio di portare ancora più confusione in un settore dove c’è già tanta confusione.
Le prime obiezioni che fanno le persone quando sentono parlare di alternative vegetali alla carne, di burger di non carne e di bistecche plant based, sono più o meno sempre le stesse e le conosciamo. Si va dai soliti “chissà come le fanno” e “chissà cosa c’è dentro” (qui ci sono gli ingredienti, comunque) a varianti come “sono piene di conservanti” e “io quella roba lì non la mangio”.
Insomma: c’è ancora parecchia diffidenza verso questi prodotti, nonostante che alcuni siano in circolazione ormai da quasi 3 anni. Ed è probabile che aumenti ancora, soprattutto dopo il recente arrivo di hamburger di leone, bistecche di tigre e sushi di zebra. Che non sono davvero di leone, di tigre e di zebra, ma una copia: li realizza la startup britannica Primeval Foods, che ad aprile ha svelato la sua gamma di prodotti, che avrebbero suscitato l’interesse di numerosi ristoranti, anche di alto o altissimo livello. E pure la curiosità dei consumatori, com’era immaginabile.
Come si fanno le bistecche di tigre
Per fare la loro non-carne, quelli di Primeval usano il più “strano” fra i procedimenti usati dalle aziende del settore: la coltivano. Abbiamo messo le virgolette anche se questa cosa tanto strana non è: la carne coltivata si fa prelevando un campione di cellule dall’animale, che viene fatto crescere in laboratorio sino ad arrivare alla parte che serve, che sia un hamburger, una bistecca, una costata o altro. Non ci sono vegetali, qui: è carne esattamente come quella che si trova in natura, solo che per ottenerla non serve spazio per allevare gli animali e non serve macellarli.
In questo caso, come spiegato online da Primeval, le cellule arrivano proprio dagli animali oggetto della replicazione: “Preleviamo un piccolo campione di tessuto dagli animali selvatici più sani, mentre loro continuano a godersi la vita”. Sempre i titolari della startup hanno chiarito perché siano stati scelti proprio quegli animali e non (per esempio) una scimmia o un varano. Il punto non è che siano o meno a rischio estinzione, ma le (presunte) proprietà delle loro carni: “I grandi felini sono carnivori con capacità uniche di movimento, e questa è la ragione del loro particolare profilo di aminoacidi e proteine - si legge su primevalfoods.co - Gli elefanti sono erbivori colossali che percorrono lunghe distanze, e il grasso nei loro tessuti muscolari regala al palato un'esperienza umami (cos’è?) eccezionale”.
Davvero ci serve il sushi di zebra?
Vero: suona in effetti un po’ strano, e va ad aggiungere stranezza in un mercato dove di stranezza ce n’è già tanta: a fine 2020, l’amministratore delegato dell’israeliana Redefine Meat, un’altra azienda del settore, ci disse che “posso capire che oggi l’idea di mangiare una bistecca stampata sembri strana, ma penso che fra 100 anni i nostri pronipoti troveranno allo stesso modo strano che allevassimo gli animali per poi ucciderli e farli diventare cibo”.
Considerato questo, e anche senza riaprire questo complicato discorso, qualche domanda sul sushi di zebra viene da farsela. A che serve? A che servono una bistecca di tigre o i bocconcini di elefante? Lo scopo dei burger di non-carne, che piacciano o meno e che li si voglia consumare o meno, è chiaro: non possono essere la base dell’alimentazione delle persone, ma possono aiutare chi vorrebbe ridurre l’apporto dei derivati animali nella dieta e anche permettere a chi vorrebbe muoversi verso regimi alimentari più sostenibili di farlo in maniera graduale. Se (per esempio) si vuole diventare climatariano, reducetariano, vegetariano o vegano, magari non si riesce a farlo di colpo, dall’oggi al domani. E questi prodotti possono dare una mano, permettendo di ritrovare in alimenti più sostenibili un gusto che si apprezza e si riconosce.
Questi prodotti sono in qualche modo necessari, per sostituirne altri diventati ormai insostenibili. Cioè la carne, il latte e i formaggi che arrivano da allevamenti intensivi. Ma lo scopo dell’hamburger di leone qual è? Qual è lo scopo di simulare un sapore che nessuno conosce? Chi dovrebbe aiutare? Quali altri prodotti inquinanti e insostenibili si potrebbero sostituire, così? In quale modo la bistecca di tigre potrebbe contrastare il cambiamento climatico?
La risposta è meno complicata di quello che sembra: lo scopo è vendere e guadagnare. Solleticare la fantasia e la curiosità di chef, ristoratori, cuochi amatoriali e consumatori e generare un business redditizio. Non c’è nulla di male in questo: le aziende fanno il loro lavoro, non sono enti benefici e devono pagare gli stipendi ai dipendenti, che non vivono d’aria. Qui il problema sono le (possibili) conseguenze: il rischio è che questi prodotti portino confusione in un settore dove di confusione ce n’è già tanta. E pure che si finisca per catalogare la non-carne, che sia vegetale, stampata o coltivata, nel gruppo delle “stranezze”, suscitando paura in un pubblico che ha già paura ed è sospettoso e poco aperto alle novità e al cambiamento. Allontanando e complicando ancora di più la sua diffusione, che è già difficile così. Senza bisogno di fare ulteriore casino.
Fonti
Immagine di apertura di Primeval Foods
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