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Cosa c'è dentro al surimi, come viene fatto e perché sa di granchio. 5 risposte per capirlo

pubblicata il 13.09.2022

Lo mangiamo per il suo look esotico e per il sapore che ricorda i crostacei, ma non sappiamo bene come sia fatto. Anche perché è difficile da capire. Qui facciamo un po’ di chiarezza.

Lo troviamo nei ristoranti, non solo quelli giapponesi o comunque orientali, e pure nei negozi e nei supermercati. E spesso lo scegliamo per il suo aspetto esotico, perché ha un sapore gradevole che ricorda quello del granchio, perché a casa si prepara rapidamente e si può mangiare anche senza cottura.

Ma che cos’è davvero il surimi? Cosa c’è dentro? Perché abbiamo scritto che il suo sapore “ricorda quello del granchio”, invece di scrivere che ha il gusto del granchio? Lo spieghiamo di seguito, in 5 risposte alle domande più comuni su questo cibo.

Qual è la storia del surimi?

In giapponese, la parola surimi significa “pesce tritato”, e il surimi questo è: un impasto della polpa di vari tipi di pesce, che viene pressato e cui viene data la forma che si preferisce. In Occidente lo conosciamo prevalentemente per l’aspetto a bastoncino, ma in Oriente il surimi è anche di forma sferica. Nella tradizione culinaria nipponica, le prime tracce di surimi risalgono al 1100 e alla preparazione del kamaboko, che ne è una variante particolare; altri tipi sono la satsuma-age, che è una sorta di tortina, il chikuwa e l’hanpen, che ha forma triangolare. Sin da subito, per preparare il surimi viene scelto il merluzzo (per le sue proprietà nutritive) e la produzione resta più o meno artigianale sino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando la domanda cresce, sia sul mercato interno sia soprattutto all’estero. Nel Giappone di oggi, il surimi non è considerato un alimento di pesce di qualità.

Cosa c’è dentro il surimi?

Prevalentemente merluzzo, ma non solo: sempre più di frequente si usano anche pesci come il nemiptero, il suro, alcune varianti di sgombro e alcune specie di carpa. Ma il punto è un altro. Anzi, sono due: nonostante la forma e il colore che ha il prodotto finito, dentro al surimi non ci sono crostacei; soprattutto, la polpa di pesce rappresenta circa il 30-40% del totale degli ingredienti. E il resto, che è poi la maggior parte, cos’è? In genere, fecola di patate o altri farinacei (usati come addensanti), albume d’uovo, olio di colza o di palma, sale (tantissimo sale), spezie e aromi. In alcuni casi, pure il temuto glutammato.

Che sapore ha il surimi?

Almeno in Occidente, il surimi è fatto per imitare i crostacei. Nasce proprio per questo, ancora di più ai tempi nostri: per dare al consumatore l’idea di mangiare granchio o altri crostacei. E dunque il suo sapore è quello del granchio e dei crostacei. Non è un gusto naturale, ovviamente: il pesce sa di altro, quindi i produttori usano varie miscele di aromi per raggiungere il sapore desiderato. E visto che anche l’occhio vuole la sua parte, all’illusione contribuiscono pure i colori scelti (il bianco della polpa, l’arancione/rosso dell’esterno) e la forma, tanto che non è raro trovare surimi modellati come chele.

Come vengono fatti i surimi?

Si stima che nel mondo si producano 2-3 milioni di tonnellate di surimi l’anno, per cui viene usato circa il 2-3% del pescato. Meglio: degli avanzi del pescato. Negli anni, iniziando dal Giappone, sono stati creati macchinari specifici e approcci (come la cosiddetta Tecnica del Decanter) per ridurre al minimo gli sprechi: oggi, la polpa usata per riempire i bastoncini è generalmente ricavata da avanzi di lavorazione o avanzi industriali, che vengono tritati e pressati. A cui viene aggiunto un mix di aromi per trovare il sapore desiderato.

Cos’è il surimi di granchio?

È una cosa che non esiste. Nulla vieta ai produttori di usare la polpa dei crostacei per farcire i bastoncini, ma è improbabile che qualcuno lo faccia, visto che non avrebbe economicamente senso. Questa cosa è talmente vera che in molti Paesi (nel Regno Unito, per esempio) è vietato per legge scrivere “bastoncini di granchio” sulle confezioni di surimi. Appunto perché di granchio proprio non ce n’è.

Emanuele Capone

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