A Milano c'è un hi-fi bar che si chiama MOGO che vuol dire insieme
Siamo stati da MOGO per provare il nuovo menù e capire che cosa significa davvero costruire un locale dove musica, cucina, cocktail e interior design parlano la lingua dell’“alta fedeltà”.
È come entrare in uno studio di registrazione - solo che qui puoi anche mangiare, bere bene e fermarti fino a tardi. Siamo da MOGO, il primo bar esplicitamente hi-fi di Milano. Fondato da Burro Studio, Polifonic e Matteo Larghi in zona Isola nel 2025, sembra costruito per amplificare tutte le sensazioni, dal gusto fino all’ascolto.
Tutto parte dall’impianto audio, costruito su misura da H.A.N.D. (Have A Nice Day) Hifi: all’ingresso sulla destra, un trittico di console e grandi casse custom introduce subito al suono del locale, mentre altri speaker sono disseminati nell’open space. C’è persino un McIntosh MC2300 recuperato da Larghi da Audiocostruzioni a Carpi, in provincia di Modena, lo stesso modello utilizzato durante il primo Woodstock del ’69.
La curatela musicale è affidata a Polifonic e a BSR, il format musicale di Burro Studio, che accompagnano ogni sera aperitivo, cena e dopocena con selezioni che cambiano continuamente atmosfera. Siamo tra Maciachini e l’Alcatraz, altra istituzione musicale milanese, e alcune sere è lo stesso Larghi a mettere dischi, dopo anni passati tra Bali - dove aveva aperto un bar e un brand di matcha - e Milano. I vinili sono sparsi ovunque, molti arrivano direttamente dalla sua collezione.
Ma la parte interessante è che la stessa idea di “alta fedeltà” viene applicata anche alla cucina. Il menu dello chef lucano Giuseppe Chito tiene fede ai piatti tradizionali delle cucine di tutto il mondo e li mette insieme.
Formatosi tra Francia, Spagna e Basilicata, Chito definisce la sua una cucina “pop” e contaminata, e infatti il menù si diverte soprattutto quando mescola registri diversi: i popcorn di cavolfiore fritto con zuke e crema di tuorlo - “perché non amavo mangiare il cavolfiore da piccolo” -, il pastrami toast dentro uno shokupan giapponese, oppure i noodles all’assassina - probabilmente il piatto manifesto di MOGO -, un comfort food post club che trasforma la tradizione barese. Noodles tostati in padella, vellutata di barbabietola, crema di ricotta affumicata e shichimi giapponese per dare il piccante: questo piatto è la perfetta rappresentazione della cucina di MOGO, contaminata e conviviale.
D’altronde MOGO deriva da “mmogo”, una parola della lingua Sotho che significa “insieme”. Dal nuovo menù, presentato questa settimana, un sashimi di ricciola in acqua al cetriolo e sale affumicato ricorda una aguachile messicana.
Anche i cocktail funzionano con la stessa logica: il Desert Bloom mischia tequila, banana e wasabi chiarificato, mentre l’Hi-Fi Monk - vodka al matcha, Chartreuse verde e lime - sembra quasi condensare tutta la biografia di Larghi: Bali, il tè, i listening bar e Milano.
Il punto, racconta Larghi, è amplificare l’esperienza: “quando si attiva il gusto, si attivano anche tutti gli altri sensi, compreso l’ascolto”.
L’interior design invece è firmato da Giorgia Longoni Studio, che ha pensato il locale proprio a partire dal significato del nome MOGO. Un’atmosfera accogliente, vivace e rilassata, con il soffitto che cambia colore in base ai vari momenti della giornata e al sound che li accompagna. Il pavimento è azzurro, i toni dell’arredo sono legnosi, mentre il bancone - spesso, industriale e quasi berlinese - si sviluppa a 360 gradi e stona volutamente con l’estetica da japanese listening bar.
I coperti alternano tavoli bassi e tavoli sociali alti, anche questi ispirati alle atmosfere balinesi, dove - racconta Larghi - “la gente arriva da tutto il mondo e va nei ristoranti per conoscersi”. Una nuova sala nascosta dietro tende blu spesse verrà inaugurata nelle prossime settimane e al centro ospita uno degli elementi più riconoscibili del nuovo design hospitality: una conversation pit rivestita in radica scura dove si entra senza scarpe.
Anche le dimensioni sorprendono. Se Milano ci ha abituati a listening bar raccolti e quasi nascosti, qui ci si trova invece dentro oltre 400 metri quadrati di spazio, una terrazza eventi da 600 metri quadrati e un grande cortile condiviso con altre attività.
"Non ho paura di sbagliare, perché è dagli errori che si impara”, dice Larghi parlando dell’evoluzione del progetto, passato da un primo menu japanese fusion a una cucina più internazionale, e personale. Ed è probabilmente proprio questa mancata paura a rendere MOGO un luogo fuori dai trend e che proprio per questo dà l’idea di poter durare nel tempo.
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