FIVI Piacenza | Il Mercato che ci piace
Piove cani e gatti, come dicono a Wilthington. Noi ci si introduce nell'Hangar di PIacenza Expo nel sorridente rullare di carrelli. La cosa più più più bella (no, non è un refuso) di questa giornata è l'informalità. La mancanza di quell'insopportabile gradino chiesastico che divide, purtroppo, i parlatori di vino e i bevitori di vino. Quel tono esclusivo che riduce il racconto del vino a una liturgia per iniziati.
I carreli rullano, i vignaiuoli sbicchierano, si assaggia si degusta si beve. Senza eccessi: qualche naso rubizzo, qualche gota paonazza, ma nessuna scena del crimine con fegati spappolati e disastri avvenuti. Ci sono gli spazi, i tavoli sono grandi - seppur adornati da una verde tovaglietta foticida - ci si muove sereni: qualche gomito nel costato davanti ai grandi e ai grandissimi, ma tanta possibilità di chiacchiera per gli altri. Vignaiuoli e Indipendenti, secondo il manifesto di questa che vien più voglia di chiamare comunità.
Incontri, belli. Assaggi: alcuni bellissimi. Alcune istantanee, per dire fare e brigare di vino.
Adorabile, Terraquilia cantina lambruschista di Guiglia, collina piena a Sud di Modena. Formidabile la fermentazione "ancestrale" - cioè diretta - in bottiglia del loro Grasparossa. Asciutto e vigoroso nella versione d'annata, speciale, non privo di una rarefatta eleganza la Riserva, sturata dopo almeno 24 mesi di stagionatura. Si chiama Falconero, e hai subito l'urgenza di averne 48 flaconi in cantina. Buono il quotidiano Rubens, un punto di colore più gentile, e facile come un'addizione. Lambrusco + felicità. Buoni anche i Bianchi, in ispecie l'Ancestrale. Secco come uno schiocco, da Pignoletto et alia.
Passi da Ciabot Berton, di cui apprezzi soprattutto il più intuitivo Barolo "di casa" millesimo 2009. Impegnativi ma altrettanto espressivi i cru Rocchettevino 2009, e il potente Roggeri '8, da dimenticare in cantina per altrettanto tempo.
Passi il Sangiovese di Romagna che cerca una diversa identità dalle parti di Marta Valpiani, di cui godi senza esitazione l'operaissimo Rosso, 6 euri di vino senza orpelli, schietto e deciso. Bello anche il Castrum Castrocari Superiore, che s'azzarda anche a palesare momenti di austerità.
Ti lasci folgorare dal baffo più affascinande del mondo del vino, la travolgente umanità di Mario Poier, uomo di pensiero e di sostanza: apre un Pojer & Sandri Besler Bianco 2004, lieve omaggio a Gino Veronelli, così pieno di vita da costringerti a guardare diverse volte l'etichetta. Ma è proprio 2004?
Scopri che c'è anche un Syrah che vorresti, ed è quello nascosto nelle propaggini del Casentino: ti trascina il lato umano di Franco Ziliani, occhi lucidi per una buona e inattesa notizia. Proprietari campani e uve toscane a Bellosguardo, per un bicchiere fresco e palusibile, quasi da sete. Nulla da aggiungere al Piè delle Vigne Cerasuolo di Cataldi Madonna, 2012, fumigante di nerbo e subdola bevibilità.
Da Mattia Filippi ti lasci incuriosire dalle insolite peculiarità del novissimo Xurfus - cosa vorrà mai dire - Muller Turgau di Faedo verde e rilucente, rieslinghianamente interminabile. Sempre bella la bolla dritta e priva di incertezze del Brut Nature Metodo Classico Augusto Primo: ancora prolungato fino a 50 mesi il riposo sui lieviti, per un assaggio fine e serico, ma non privo di acchiappanza.
Ovazione papillare per il Barbaresco Rabajà Riserva 2006 di Giuseppe Cortese, trionfo di nebbiolesca signorilità, ritirata e severa ma vergata di una compostezza ieratica.
La disposizione dei banchi in rodinato caos ti consente fantastici punta-tacco, e giravolte a non finire: tipo il Brut Franciacorta di San Critoforo, affidabile fino alla classicità, o il più imperioso Pas Dosè, secco e freddo sul finale, e poi passare al rovente Primitivo 11 di Morella, un bicchiere sanguinosamente polputo, carnoso ma non privo di una sua dinamicità brillante, e di un sorso latino e seducente.
Chiudi, a malincuore, con le etichette di Flavio Meistro di But, da Costigliole d'Asti, che non ha paura di imbottigliare un Semillon in quasi-purezza che regala momenti salinamente fruttosi e finali speziati, e quel dolcetto rustico e imponente, fustigato da impietosi tannini gengivali che proprio per quello te lo fanno amare. Poderoso, ma ancora in cerca di una identità il Barbera 10, deciso e presciso il '7 bello compreso nelle sue caratteristiche peculiari.
Volgi le spalle alla sala che è sera, con un po' di rammarico: quei carrelli che vanno riempiendosi sono un bel vedere. Le facce sono distese e sorridenti, tutti vincono.
Sedici minuti di appalusi.
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