Cos’è la pompìa? Storia di un agrume sardo ancora da scoprire
Non si mangia a spicchi, non si spreme, non profuma appena tagliata. Eppure la pompìa è uno degli prodotti meno noti e insieme più riconoscibili della Sardegna. La sua singolarità non sta nell’uso immediato, ma nella trasformazione: un frutto che trova senso solo dopo essere stato svuotato, cotto a lungo, addolcito. È da qui, più che dalla botanica, che conviene partire per capirla.
La pompìa cresce quasi esclusivamente nella Baronia, attorno a Siniscola, dove viene coltivata almeno dalla fine del Settecento. Il nome scientifico, Citrus mostruosa, restituisce bene l’impressione che fa il frutto maturo: grande, tondeggiante, spesso schiacciato ai poli, con una buccia spessa, rugosa, irregolare, di un giallo che vira all’ambra. Può superare i 300 grammi e talvolta arrivare a pesi ben più importanti. L’albero, simile a un arancio ma molto spinoso, è rustico e resistente, tanto che viene coltivato soprattutto in piccoli appezzamenti familiari, con cure minime e raccolta manuale.
La pompìa è un enigma anche per gli studiosi. Non coincide con il cedro, né con il limone, né con altri agrumi noti. L’ipotesi più accreditata la descrive come un ibrido naturale, sviluppatosi in un’area che per secoli ha ospitato varietà diverse di agrumi. Le prime citazioni scritte risalgono al Settecento, ma la sua vera storia non è nei documenti: è nel fatto che, altrove, questo frutto è scomparso, mentre qui è rimasto perché qualcuno ha trovato il modo di usarlo.
In cucina, infatti, la pompìa ribalta le aspettative. La polpa è poco succosa e molto acida, inadatta al consumo fresco. È la parte bianca sotto la scorza a diventare protagonista di dolci come la pompìa intrea, grande frutto candito lavorato con il miele dopo lunghissime cotture, e la s’aranzada, preparata a filetti con mandorle e miele. Non stiamo parlando di dolci quotidiani: per il tempo, il lavoro e gli ingredienti richiesti, erano riservati a matrimoni, battesimi, occasioni solenni.
Attorno alla pompìa si è costruito un piccolo sistema locale che lega agrumi, miele e saperi artigianali. Non a caso, nel 2004, è nato il Presidio di Slow Food dedicato a “sa pompìa”, per tutelare un agrume che esiste solo dentro un territorio e grazie alle sue pratiche.
Curiosamente, la pompìa ha avuto anche usi lontani dalla tavola. Troppo acida per essere mangiata, veniva impiegata come detergente naturale: serviva per pulire le mani e lucidare metalli come rame e ottone. Un dettaglio che racconta una cucina senza scarti, dove anche ciò che non si mangia trova una funzione.
Alla stessa logica appartiene l’attenzione più recente per gli oli essenziali contenuti nella buccia, particolarmente abbondanti in questo agrume. Un patrimonio aromatico che, oltre all’uso tradizionale in cucina e nei liquori, ha trovato spazio anche in ambiti come la cosmesi e l’erboristeria, confermando come la pompìa sia un frutto da interpretare.
Oggi la pompìa viene proposta in diverse preparazioni: marmellate, dolci da credenza e in abbinamenti che cercano di dialogare con la sua nota amara e caramellata. Ma il suo significato resta lo stesso. La pompìa non è un ingrediente da piegare alle mode: è un frutto rivendica la sua storia, i gesti e i tempi che lo hanno reso possibile.
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