All you can drink. Una formula da mettere al bando
La gola. Un peccato di antichissima tradizione, arrivato fino ai giorni nostri grazie a opere, racconti, film. Come non ricordare Dante Alighieri, che nella Divina Commedia inserisce i golosi nella VI cornice del Purgatorio. Sono anime di una magrezza assoluta, tormentati da fame e sete, stuzzicati e quindi torturati dal profumo di frutti dolci che si spande nell'aria e dal gorgoglio di una ricca sorgente. Più di recente è stata La Grande Abbuffata di Marco Ferreri a ricordare gli effetti dell'abuso di cibo: quattro uomini decidono di lasciare questo mondo mangiando fino alla morte all'interno di una villa.
Baccanali, mangiate pantagrueliche, tavole infinite hanno comunque sempre popolato l'immaginario collettivo come simbolo di ricchezza, potere e divertimento. Non è un caso lo spopolare, in questi ultimi tempi, della formula “all you can eat”, inventata molti anni fa negli Stati Uniti. Era il 1956 e pare sia stato un manager pubblicitario, Herbert Cobb Mc Donald, a lanciarla sul mercato. Da allora ha ormai fatto il giro del mondo fino ad arrivare anche dalle nostre parti, dapprima timidamente, poi sempre più insistentemente, veicolata in particolar modo dai gestori di ristoranti asiatici.
In verità un primo accenno di “all you can eat” all'italiana si era visto qualche anno fa, come moda temporanea: si trattava del cosiddetto giropizza, serate a cadenza settimanale durante le quali le pizzerie offrivano a prezzo fisso i loro prodotti fino alla sazietà totale e oltre. Al primo accenno di avanzo, però, il giropizza terminava.
Oggi gli “all you can eat” sembrano quasi tutti nella stretta cerchia dei cino-jappo-thai. Locali che il più delle volte puntano più sulla quantità che sulla qualità e che riescono a guadagnare con una scelta molto oculata delle materie prime. Una strategia che pare già scricchiolare negli Stati Uniti, dove gli “all you can eat” di alto livello stanno sostituendo progressivamente quelli economici, che hanno un bassissimo grado di fidelizzazione del cliente.
Quello che preoccupa però è l'aberrazione di questa formula in campi diversi dalla ristorazione. Se infatti questo modello è tutto sommato innocuo nell'ambito del cibo, se passiamo a quello delle bevande alcoliche il discorso cambia drammaticamente. Per questo ha destato scalpore la notizia, di qualche giorno fa, secondo la quale a Milano sta spopolando la nuova moda degli “all you can drink”. Partita da un'idea dell'associazione Just Wine e dedicata alla cena del giovedì sera per gli universitari, la formula si è spostata nelle discoteche e nei locali milanesi ampliando l'offerta originaria di solo vino ai superalcolici e ai cocktail. Il meccanismo è sempre lo stesso: si paga una quota fissa e si beve quanto si vuole.
Senza dubbio una pratica pericolosa, votata all'abuso di alcool e a chi vuole esagerare. Per quello non si sono fatte mancare le proteste. Si è mosso per prima il Silb, l'associazione di Unione del Commercio che rappresenta le discoteche, che ha annunciato una richiesta formale di intervento a Comune, questura e prefettura. A seguire ha rincarato la dose il Codacons, che ha presentato un esposto al Comune di Milano per proibire l’utilizzo di tale formula nella cittadina milanese. Chiare e perentorie le parole di Marco Maria Donzelli, presidente dell’Associazione: “incitare i giovani a bere alcolici è la cosa più sbagliata che può essere fatta. La società dovrebbe promuovere metodi alternativi per il divertimento dei giovani, non fare in modo che i giovani si ubriachino; nel nostro paese l’alcolismo è una vera e propria piaga, che deve essere combattuta”. Come dargli torto.
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