Attualità

Il Sabato del Villaggio | L'impressionante distanza che passa tra chi mangia per vivere e noi, che abitiamo un altro pianeta

pubblicata il 31.03.2012

Arriva, aitante. Abito di sartoria, scooter da dodicimila euri, smartphone a mitraglia, accessoristica tennologica di ultima generazione. Brillante, spigliato, contemporaneo. Parla serenamente di sci, vacanze, case, automobili. Poi arriva il momento del cibo e dice Insomma, io se devo spendere 40/45 euri per mangiare... Mi guardo attorno in cerca di una bombola di ossigeno: annaspo, mi si secca la gola, ho improvvise apnee, le mani sudate, tachicardie. Come quella volta che mi dissero, Però spendere 10 euri per una bottiglia di vino... Dunque il parametro del giudizio di valore precipita in un abisso relativistico senza fondo. Per due motivi principali, in quanto il denaro è una variabile indipendente. In altri termini, se del denaro disponi puoi decidere come spenderlo, e puoi decidere se i cinquanta euri del dessert di chinotto e caviale di Cracco vale la pena di viverli. Oppure non ne disponi, e stiamo parlando del nulla. Il denaro primevo era uno strumento di misurazione del valore delle cose, e nasceva con pretese di oggettività. Uso il metro per misurare quanto sono alto, la bilancia per pesare la vacca, i soldi per decidere se uno scambio è equo. Poi l'omo l'è l'omo, e succedono delle cose nel pensiero e nella morale: e certi modi di dire sono un sintomo clamoroso del comune sentire. Tipo "Si è mangiato un patrimonio". Crapula, gola, lussuria: nel passato per motivi etico religiosi il goloso era esposto alla disapprovazione sociale. Oggi lo è ancora in parte per gli stessi motivi,  ma anche per ragioni estetiche: la vera riprovazione sociale è il sovrappeso. Già: la pinguedine una volta associata a larghi sorrisi d'appagamento ora pare sintomo di scarsa considerazione di sé. Di mollezza. Di bruttezza, anche interiore. Ah, è buffo tutto ciò. Nella società in cui la ricerca di ogni forma di piacere fisico attraversa la comunicazione come una sciabola, a livelli di consapevolezza spesso affondati nella manipolazione, godere di un buon piatto senza soffrire per il conto è l'abietto tra i peccati abominevoli. Vado a calare la pasta.

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