Attualità

La new wave birraria londinese

pubblicata il 13.11.2012

Forse è un po' surreale parlare di risveglio birrario in una città che addormentata non lo è stata mai, che vanta migliaia di splendidi pub, un po' sofferenti per la crisi ma ancora affollati, ed il principale festival europeo. Ma tant'è, chiamiamola rivoluzione, scossone se vogliamo, in un panorama da sempre ricco di interesse ma un po' assopito, dalle potenzialità non completamente espresse, rimasto un po' immobile di fronte alla reinessance dell'ultimo decennio.
Londra è probabilmente il luogo più appagante del mondo per fare beer hunting, non si beve solo birra, la si respira nei polverosi pub vittoriani. Eppure per anni i nomi di riferimento per i beer hunters incalliti sono sempre stati un pugno di free house disperse fra una miriade di pub legati più o meno velatamente a grandi catene, con poche guest ale, pur ottime per carità ma dai nomi troppo ricorrenti, e con lager industriali spesso a farla da padrone. Un po' poco per una città di 10 milioni di abitanti e con pochi rivali riguardo ai consumi pro-capite.
Eccellenti pub storici come il Wenlock Arms, il White Horse, il Market Porter, il Bree Louise, The Harp e pochi altri sono sempre stati i ciclici luoghi di ritrovo di chi, in città per lavoro o per un festival, voleva trovare un numero apprezzabile di real ales un po' fuori dal coro. Se pensiamo al numero di birrifici presenti in Gran Bretagna - si è toccato recentemente il migliaio - si capisce che l'onda era lì da tempo pronta per essere cavalcata.
Le cose sono cambiate, il vento lungo dell'innovazione birraria USA ha toccato anche la vecchia Londra, dopo aver invaso il Nord Europa e aver ampiamente influenzato il resto del continente. Se fino a pochi anni fa oltre al big storico Fuller's i birrifici cittadini si contavano su una mano monca, oggi è un fiorire continuo di nuovi birrifici e brewpub, sotto l'egida della London Brewers' Alliance. Ad oggi siamo sulla trentina, ma il trend è in continua crescita.
Di pari passo va il fiorire di nuovi pub, quasi sempre tradizionali nell'aspetto - e ci mancherebbe, i pub londinesi sono un patrimonio dell'umanità - e nel metodo di servizio con cask a pompa, anche se non si disdegnano fusti spillati a CO2. Sono sparsi un po' in tutti i quartieri della città ed una lista non esaustiva ed in continua espansione comprende il bellissimo Southampton Arms a Kentish Town, il meno affascinante e tradizionale ma fornitissimo Cask Pub & Kitchen a Pimlico, il minuscolo e verticale Euston Tap a Euston, le filiali di Craft Beer Co, il Jolly Butchers a Stoke Newington, il nuovissimo, curioso e modernista Holborn Whippet in Sicilian Avenue ed altri ancora. Sul fronte brewpub e tap room consigliatissima il sabato mattina la visita da Kernel al mercatino di Dockley Road a Bermondsey che meriterebbe - e meriterà - un pezzo tutto suo. A Camden Town Brewery troverete una folla di giovani, birre pulite e piuttosto "facili" e soprattutto una vecchia conoscenza della scena italiana ad orchestare dietro al banco come bar manager. Si dice bene anche di altri nomi che sono rimasti - ahimé - sul taccuino ancora da spuntare.
Tutto rose e fiori? Difficile affermare il contrario. I vecchi tromboni - non so, tipo il sottoscritto - noteranno una strisciante, subliminale contrapposizione fra ciò che è tradizionale e ciò che è innovativo, nell'approccio e nei contenuti. In fondo anche nei pub new wave, come in quelli vecchio stile, i nomi che circolano sono sempre quelli del club del "nuovo". La sintesi del meglio dei due mondi  - che già esiste - resta incompiuta per il momento, soffocata anche dall'ansia commerciale di conquistare il proprio spazio con messaggi di rottura. C'è poi il boomerang degli stili americani storici: American Pale Ale e American IPA, nate come reinterpretazioni di stili inglesi, sono tornate come un virus nelle terre di origine meticciando quelli che erano le interpretazioni originarie. Se è vero che un tocco agrumato di luppoli americani può rivelarsi l'arma segreta per esaltare il terroso-speziato dei luppoli inglesi senza snaturarli, certi eccessi di amaro e di resina, tipici delle birre americane, lasciano un po' più perplessi. In ogni caso corpo leggero, basso grado alcolico e grande beverinità restano quelli a cui le birre inglesi ci hanno abituato, e ci mancherebbe. Filologia delle ale britanniche a parte, che questa scossa in pochi anni abbia rimesso in moto la creatività birraria anglosassone alzando l'asticella del livello qualitativo è un dato di fatto che difficilmente un palato allenato riuscirebbe a negare.

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