Sto parlando di una delle cantine più tradizionali e tradizionaliste delle Langhe, quella della famiglia Burlotto-Alessandria, alias
Comm. G.B. Burlotto: 14 ettari vitati dislocati tra Verduno, Barolo e Roddi e una produzione complessiva intorno alle 100 mila bottiglie. Cosa hanno fatto i produttori di questa cantina (che si avvale, sempre in Verduno, anche di un bellissimo agriturismo, la
Locanda dell’Orso Bevitore, che vi consiglio caldamente) dieci anni orsono?
Appassionati di rosati, Fabio Alessandria (laurea in viticoltura ed enologia) con la “complicità” della mamma Marina, dopo aver assaggiato e coinvolto nelle degustazioni qualche amico rosatista convinto, pensarono bene che con il Nebbiolo come base e con un pizzico di altre uve, la Barbera per l’acidità ed il colore, e la locale mitica Pelaverga (su cui circola una leggenda che la vuole “uva e vino afrodisiaco”, una sorta di
eno-viagra) per la speziatura e le sfumature aromatiche, si potesse ottenere qualcosa di buono.
E difatti fu subito così e personalmente trovai la versione d’esordio, la 2004, che allora si chiamava
Teres, sorprendente, tanto
da definirla qui “uno dei miei migliori assaggi del 2005”. E altrettanto l’annata successiva, di cui
ebbi modo di scrivere qui, definendola “
un rosato con gli attributi, strutturato (come non potrebbe non essere vista l’alta percentuale di Nebbiolo utilizzata), quasi come un rosso, eppure fresco, godibile, friabile, straordinariamente piacevole da bere, adatto all’intera gamma di piatti della cucina estiva, dagli antipasti freddi a peperoni, zucchine e pomodori ripieni a melanzane alla parmigiana, a riso o pasta in insalata, sino a vitello tonnato, umidi di pesce e perché no? una bella pizza”. E aggiungerei carne cruda, vitello tonnato, tonno di coniglio e vari antipasti freschi e stuzzicanti di Langa.
Passati gli anni e ribattezzato
Elatis (
qui scrissi del 2009), e rimasto vino da tavola, questo rosato ha continuato a rimanere grande, per me sicuramente uno dei migliori dieci rosati italiani, come mi ha confermato l’assaggio (corredato da quello del meraviglioso Barolo Monvigliero 2008: un autentico capolavoro) dell’annata 2012, annata calda, ma che a Verduno ha fortunatamente avuto una notevole escursione termica tra il giorno e la notte che ha salvaguardato i profumi. In questa edizione il Nebbiolo (di Verduno, l’azienda ha una piccola parcella nella vigna Cannubi a Barolo) rimane prioritario con il 55%, mentre la (o il?) Pelaverga è presente con il 40% e la Barbera con il 10%. Ovviamente l’affinamento, anche se si tratta di uve Nebbiolo da Barolo avviene esclusivamente in acciaio.
Affascinante già il colore, brillante, luminosissimo, trasparente, che evoca quello delle fragoline di bosco e introduce una nota personale nella vasta tavolozza dei colori dei rosati italici. Discreto, non invadente, di grande eleganza, il bouquet, dove accanto alla pesca bianca, al ribes, al glicine, ad una leggera vena di ciliegia sono ben presenti gli agrumi, e una screziatura di quelle erbe aromatiche e del rosmarino in particolare che costituiscono una cifra distintiva dei Barolo di Verduno. Accennata appena quella nota di pepe, inconfondibilmente conferita dal Pelaverga, che arriva puntuale in bocca innervando e dando sprint e nerbo ad una materia succosa, dove quella speziatura pepata dà un carattere particolarissimo al vino, che si dispone rotondo e ben polputo, ma croccante, sul palato, godibilissimo, sorretto da un bellissimo e levigato tannino, da un’acidità perfettamente calibrata, da una persistenza lunga e piena di sapore, in una cornice di perfetto equilibrio e godibilità che invoglia a bere.
Ovviamente a tavola dove questo vino finisce puntualmente con l’essere goduto fino all’ultima goccia. Soprattutto se bevuto in compagnia di un’affascinante rosatista altrettanto tenace e dai gusti molto esigenti come il sottoscritto…