OK

Enoteca la Torre, Roma

#
VOTO MEDIO
#
#
#
#
#
DI STEFANO CAFFARRI
VOTO
9.0
CONDIVIDI
#
#
#
#
#
INFORMAZIONI
NOMI ENOTECA LA TORRE A VILLA LATITIA
Chef DANILO CIAVATTINI
Indirizzo Lungotevere delle Armi, 22 - Roma
Telefono 06 45668304
Orari di apertura Mezzogiorno e Sera
Giorno di chiusura Domenica, Lunedì a pranzo
Periodo di chiusura Agosto, variabile
E-Mail prenota@enotecalatorreroma.com
Sito http://www.enotecalatorreroma.com
Piatto forte

Paccheri e ovoli, anatra, carrello dei formaggi

Prezzo tre piatti 50-80
Prezzo degustazione 80-120
Visitato in data 17.09.2014
Accetta carta di credito SI
Disponibilità camere SI
Dehor o tavoli all'aperto SI
SCOPRI DOV'É

Scenario elegante in stile Decò, grandissima disponibilità di vini al bicchiere, relax, cucina preziosa.

 

Ricordo ancora l'acciottolato antico di Viterbo, di ritorno dal primo incontro con l'Enoteca e Luigi Picca. Oggi scendo le scale di Villa Laetitia, sono a Roma. In cucina c'è Danilo Ciavattini, e la sensazione è diversa ma del medesimo segno: felice.

Per qualche oscuro motivo legato alle libere associazioni di ricordi, seduto nelle sale elegantemente Belle Epoque dell'Enoteca mi sovvengono gli albi di Alan Ford: lusso, un certo sussiego, bellezza. Vetrate con i cristalli molati, lampadari, ambienti archivoltati. Un bersò, tanta luce. Bei menù tra cui scegliere. Piatti dai nomi seducenti: "Tanti nuovi", ti diranno tra poco. Indugi ancora sulle bevutelle: puoi sturare praticamente di tutto, a bicchiere. Certo, non a prezzi da sagra di paese, ma ugualmente un viatico per il paradiso enoico. Scegli: bei piatti e millesimi antichi.

Il conetto fritto con ricotta 'nduja che apre la corsa è la sola ed unica sbavatura di una radiosa galoppata: dimentichi in fretta quella nota ossidata, che sono già sul tavolo le tartellette di pane di segala, di travolgente intensità, colle uova di salmone e un profluvio di erbette. Ma è già tempo di animelle, ed abbandoni ogni indugio: la spettacolare fragranza carnivora esplode i sapori autunnali, castagne e tutto il resto. Una vera passeggiata nel bosco, dipinta ad acquaforte nelle sfumature più terrose. Ombroso, ma non cupo. Anzi, quasi lo scroscio di un ruscello nel gel d'acqua di sottobosco.

Del tutto in tema anche la patata, un nobilitazione dell'operaissimo tubero con la ricostruzione della terra con tartufo e funghi. Sapori "stretti" ma interminabili, sul finale detonante di una sottile piccanza. Urgente.

Il raviolo: un colore scenografico, una levigata consistenza del ripieno, deliziosamente grassoso. Utile l'uovo schiumato, coraggiosamente senza sale.

Sei pronto allora e convinto di essere nel luogo giusto per vedere - semmai, assaggiare - il piatto più bello dell'anno, del secolo, del millennio. Gli ovoli gialli sui paccheri asciutti, eretti orgogliosamente tra le lamelle, appena vergato di salsa al formaggio fuso, reso quadridimensionale da una temperatura di servizio appena tiepida ad agevolare i profumi finissimi, per certi versi diafani.

Più mainstream ma di certa riuscita il tagliolino giallissimo, sagacemente sapido a supporto del colpevolissimo caviale. Il bergamotto inusuale e gradito completa il quadro.

Per pietanza il puzzle di anatra, sul cui punto di cottura ci si esercita in acrobazie, a fronte della screanzata vigoria delle polpe, rosa e morbide, lucide di prestanza. Tartufo, rape e cose varie a finire. Peccaminoso.

Applausometro in tilt per il carrello di formaggi: ricerca di una paio di dozzine di referenze preziose, sempre recenti, sempre diverse: oggi questo pauroso Monteverde, un erborinato veneto misto capra e pecora, vale tutto il viaggio.

Nemmeno il predessert si prende una pausa: la fettuccina di crepe e il lampone caldo funziona. Giusto per attendere "Terra Spaccata", di nuovo una scultura d'effetto mitico: liquirizia e cacao sfoggiano un ordinato contrasto, note scure e freschezza nello stesso atomo. La panna cotta, legata forte, sostiene tutto con forza equanime. E non è finita, che rotola la chibouste colla pera, solo apparentemente semplice: in realta misurata in dolcezza, composta in grandezza, con il piccolo azzardo della lavanda usato di giustezza.

I calici sono insoliti o preziosi, o entrambi: li godi oltre l'abbinamento, pur pensato ed accurato. Il servizio è privo di sbavature, arrotondato da un pizzico di scioltezza che acuisce il benessere. Dunque una confezione di pregio per una sostanza concretissima, che non ha paura di esibire la tecnica e di dimenticarla, se occorre. Una rassicurante sorpresa, se passi l'ossimoro: ma che ben s'attaglia a questa cucina ben intesa al presente ma con importanti prospettive di miglioramente in un futuro anche prossimo. Non una autoindulgente esplorazione degli estremi, ma una convinta partecipazione alla compiuetezza dell'esperienza. Bene.



CONDIVIDI


COMMENTA


#