Vinnatur Genova | Assaggi e saggi - Appunti di Gola

Vinnatur Genova | Assaggi e saggi

Pubblicato il: 23 Febbraio 2016

Argomenti: Notizie

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Chi si occupa di vino e cibo – per mestiere o per passione –  storcerà la bocca a sentir parlare ancora di vini naturali: ed evito deliberatamente il “cosiddetti” e le virgolette per manifesta noia. Tutta questa attenzione per definire qualcosa con un precisione che non è ritenuta necessaria dal 99% della popolazione umana. E probabilmente, pure di quella disumana.

Vinnatur raccoglie poco più di una centuria emmezzo di produttori che fanno di tutto per non mettere le mani nei loro vini: o meglio, le mani ce le mettono eccome, ma poco o nulla d’altro. Questo è in sintesi il manifesto dell’organizzazione che vede Angiolino Maule in veste di inesauribile e convinto animatore.

A Genova si è tenuto il deuxieme appuntamento, il primo essendo la grande adunata di Villa Favorita al tempo del Vinitaly. Di certo non potremo rimproverare a Vinnatur di non saper scegliere le sedi: se la Villa è il luogo del fascino arcadico nobiliare, la Borsa a Genova è strepitoso documento di un tempo andato ma non dimenticato, di una finanza dal volto umano, delle “grida” e del “parco buoi”.

Facile il parallelo con i vini “umani” che i coppieri versano con fervore agli assaggiatori che si sottopongono con altrettanto fervore alla prova. Perchè come sempre quando si tratta di questa “categoria” di vini non è raro imbattersi in bicchieri prossimi alla soglia del dolore, compensati da momenti di vera e propria gioia alcoolica. Se una cosa si può gridare – per l’appunto – quaggiù è che l’unico sentimento bandito è l’indifferenza. Inclusa quella di vecchi e nuovi amici, ancora capaci di entusiasmarsi di argomenti come le Guide del Vino, i Solfiti, i Lieviti Selezionati. E le Puzze, va senza dire, e strizzate d’occhi con personaggi di un certo livello quali il reprobo Fiorenzo Sartore, onori di casa, e il sagace Corazzol.

Selezionando tra i selezionati, che l’anagrafe incombente mina la resistenza fisica di chi scrive, ecco alcuni assaggi che vorrei consigliare ad un amico.

Piaciuti i Toscani di Santa 10. Il SantaTre ’12 è un Trebbiano macerato con qualche brezza dolce, presto asciugata in fondo al sorso; il SantaSubito ’13 è un uvaggio di Canaiolo Ciliegiolo e Colorino turgido e sanguigno, mentre il Santa10 del ’10 è un sangiovese teso e drammatico sui tannini, orgogliosamente privo di segnali di maturità. Avercene.

Curiosi i vini di Carlo Tanganelli. Bianchi dai nomi acrobatici: l’Anatrino 14 è un Trebbiano saporito e giallo, ma con il naso ancora urgente; l’Anatraso del ‘9 è invece un taglio di Malvasia del Chianti e Trebbiano, macerato e passato in botte: pulito, nervoso, agretto. Tra i rossi segno il Cibreo ’12, un vino da giorni feriali sottile e semplice, con una rusticità appena accennata e una bevibilità sconsiderata, così come il Hera ’12 che ci riappacifica con il Merlot: spettacolare pacca acida, bocca vasta, finale diritto come lama. Il vino di punta dell’azienda è il Sangiovese Mammi ’10, che però pare essere in questa fase un po’ ripiegato.

Di Arnaldo Rossi e la sua piccolissima produzione dopolavoristica – nel senso più amabile e appassionato del termine – vale la pena di provare il Dodo ’10, un Sangiovese particolarmente espressivo che s’inerpica sul verde dei raspi per riportare freschezza e nerbo nel bicchiere.

Dei Caspri e del suo istrionico portavoce riportiamo l’impostazione artigianale, la convinta applicazione del principio “piaciuto a me, piaciuto a tutti”, e la singolare attitudine a produrre vini rossi da bere freschi: nel senso proprio di temperatura. Il Ciliegiolo ’12, basso d’alcool e spinto d’acidità; il Sangiovese dai tratti estremisti che non ha paura di palesare spigoli e impuntature, il Canaiolo che si fa succo all’assaggio. Inusuale il Casperius ’14, solo in magnum, un Sirah sposato al Sangiovese ma distantissimo da antichi esperimenti polpacciuti e rotondi: anzi resta sottile e con quel finale in crescendo. Il Syrah è davvero impegnativo anche per palati rock, così come il pervicace Trebbiano.

Non è solo il campanile che porta al banchetto del conterraneo Quarticello, con suoi bruschi schietti e sinceri: Il quadratissimo Brut Nature da uve Spergola, Metodo Classico da 18 mesi di riposo sui lieviti; il Despina che dichiara la Malvasia di Candia in tutta la sua asciuttezza, alla larga da facili aromatismi. Inusuale il rosa Ferrando ’14 da uve Salamino, una sciabolata secca e vibrante, mentre il Neromaestri è un inno al generoso vitigno Lambrusco, amorevolmente rifermentato in bottiglia, che unisce pulizia esecutiva con il ricordo della scorbutica terrosità di questa antica e amata presa di spuma.

Un saluto per Vanni Nizzoli che nel cuor ci sta, che dai suoi Cinque Campi spreme questo Rio degli Sgoccioli ’14, uno scarichissimo e innovativo frizzante da Lambrusco Barghi, recuperato con pazienza archeologica.  Profumato e gentile, e pur elettrico all’assaggio. Affidabile l’incontro con il CinqueCampi Rosso ’14 e il suo consueto richiamo muschioso e di terra bagnata, sempre più lindo nella sua auterità senza indulgenze.

Un salto chilometrico per arrivare a Roccamonfina e al suo Vulcano spento: e allora di Masseria Starnali si beva questo Maresa ’14, una gioiosa Falanghina dalla furia fresca, succosa e vibrante. Un incontro tra Aglianico e Piedirosso per il SantoSano ’10, nome che deriva dalla corruzione del santo locale, Sant’Ansano. Maturo, caldo, non banale il Conte di Galluccio ’09, un Aglianico dall’alcool pronto ma non sterminato e un sorso “da Tavola”, che darà il meglio di sé accanto a un piatto della ricca gastronomia campana.

Resta il tempo per un’ultima, commovente stretta di mano, quella di Emilio Olivieri di Cascina Borgatta. Voce come un sussurro, quasi in sintonia con la saggezza di quel sorso, quel Dolcetto di Ovada ’11 così completo e intenso, così maturo e pieno, così appagante da cercare con lo sguardo un fumoir su cui accasciarsi con il calice in mano e dimenticarsi via, schiena fessa e piedi gonfi, fino al prossimo appuntamento.

Ultimo ma non minore: il pesto di Roberto Panizza, ormai un sinonimo della salsa verde genovese tanto che in numerose case ormai si dice “ho prepararo le trofie al Panizza”, e gli assaggi di focacce come diluvio al piccolo ristoro a latere.

NdA.: un grazie a Laura Sbalchiero per le facilitazioni logistiche.

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