Toblino: il Vino Santo eterno. - Appunti di Gola

Toblino: il Vino Santo eterno.

Lasciate alle spalle le dirute pendici di Nago, t’inoltri lungo la Gardesana appesa ad una teoria di curve di fondovalle: morbide, senza soluzione di continuità, tanto da non tenere dritto il manubrio un istante. Verde, attorno, e la verticale impervia dei monti a fianco, tratteggiata d’ombre orridi e precipizi e burroni. Piccole, nervose spianate all’improvviso, edifizi rurali, orizzonti piegati ad una prospettiva riccioluta e grave, ma non chiusa: misteriosamente. Un lago, grigio nella giornata grigia; un castello, turrito, conficcato nei fianchi dello specchio d’acqua con un dirimpetto di merli muschiosi. Oche, cormorani, canne lacustri. E viti.

Regno della Nosiola, la Valle dei Laghi è un luogo-non-luogo che giace ai bordi di tutto, nel fegato di quel Trentino ritroso e discosto che conserva in un bagno di sobrietà e misura uno splendore appena accennato. Agricolo e umano, vissuto, tramandato.

In una piega trovi la Cantina, riferimento cooperativo dalla genesi articolata e in qualche modo romantica, voluta fortemente da uomini dal braccio vigoroso e dalla mente risoluta. Anzi: per meglio dire senza fronzoli, come il carattere di queste genti valligiane, testardi. Progetto che racchiude un amore non troppo celato per il Vino Santo, un nettare pregiato che appartiene alle consuetudini della valle e che nelle mani giuste diviene una linea d’unione tra la memoria e l’auspicio.

Sotto un cielo di piedi di vite aggrappate come stalattiti al soffitto della grande sala degustazioni della Cantina, va in onda una rappresentazione lirica del costume di Toblino: quel Vino Santo che nasce come lenitivo dei malesseri quotidiani e dei postumi del parto: un medicamento, quasi un elisir. Non solo per la sua poderosa forza comunicativa, ma anche per quella sensazione benefica di abbraccio che un solo sorso regala. Del resto un bicchiere di Vino Santo racchiude l’attesa – i dieci anni di riposo necessari – e la condivisione: il vino di famiglia e il vino degli altri, fatto in casa in piccolissime quantità e aperto nelle feste e nelle occasioni, o nelle panìe.

Dal 1965 la Cantina raccoglie la Nosiola tardi, “verso” le festività dei Santi a novembre, e la lascia disidratare a fondo, fino alla settimana Santa: solo un’interpretazione di chi scrive, irretito dalla vena romantica dell’uso di andare da Santi a Santa, la correlazione con il nome. Però plausibile, fosse solo per il suo struggente valore  narrativo.

Nei bicchieri quasi quarant’anni di Vino Santo: dal 1965 appunto fino al 2003. Più che la notazione enologica, di cui i molti presenti hanno potuto apprezzare le sfumature nel corso del pomeriggio, vale la pena di archiviare un senso generale. Da un lato l’incredibile capacità di invecchiamento, che spazza via dal taccuino tutti i giustificativi della vetustà, riconoscibile più per il progressivo imbrunimento dell’oro del nettare che per una “evoluzione” unidirezionale. Dall’altro la suggestiva briosità del sorso, che accompagna alla spiccata dolcezza una vena elettrica di contagiosa felicità.

Percorso sfaccettato, che offre all’appassionato diversi momenti di abbandono: dalle annate più recenti, in cui si registra il progressivo avvicinarsi a metodologie rispettose e lievi, con interventi enologici sempre più velati e leggeri, a quelle “antiche” in cui traspare una commovente contiguità alla popolazione della Valle.

Una sola notazione, personalissima, sulla prima annata, il 1965: che contiene l’entusiasmo dei fondatori e le esplorazioni di una prima edizione, ottenuta con metodi quanto mai artigianali da poco meno di 100 quintali di uva, prima dell’appassimento. Lo straordinario accumulo di ricordi di frutta secca, i datteri e i fichi, il caramello, la liquirizia, la densità dell’aroma quasi palpabile, il lontano finale quasi agrumato, il termine inopinatamente glacido. Poi l’assaggio, verrebbe da dire un boccone, in cui esplodono cose di pasticceria, di castagne arrosto, in un centro profondo e una carica espressiva che fa brillare gli occhi. Lo scriba controlla la pelle d’oca sull’avambraccio, ed è felice di poter parlare di questo miracolo.

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Poco discosto il Castello di Toblino: residenza privata, conserva testimonianze di origini mitologiche e semidivine risalenti al 201 d.C., con il ritrovamento di una lapide e di un basamento di tempietto di divinità pagane. Ricco di miti e leggende, offre ai pochi, fortunati visitatori la netta sensazione che nei tempi andati anche gli aristocratici dovevano condurre una vita fatta di rigori e di scomodità. Testimonianza anche dell’intera fase di lavorazione del Vino Santo, dall’appassimento nella primigenia “vinsantaia“, alla fermentazione ai diversi livelli, fino all’affinamento nelle botti conservate nelle segrete.

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Cantina di Toblino poi offre un insolito servizio con l’Osteria: enoteca alla mescita per un bicchiere compagnia, si produce in un bello slancio gastronomico grazie al giovine chef Sebastian Sartorelli ed alla sua volonterosa brigata: in tavola risotto con pesce di lago, anatra in due cotture, e un cinematografico dessert che prende le mosse da un vasetto di fiori rovesciato per diventare un cremoso di cioccobianco con sabbia di cioccolato fondente, fragoline di bosco, menta.

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Un commento a Toblino: il Vino Santo eterno.

  1. Verena ha detto:

    Ho avuto la fortuna e l’onore di essere presente a questo magico poneriggio

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