Ricasoli, una giornata al Castello di Brolio - Appunti di Gola

Ricasoli, una giornata al Castello di Brolio

Pubblicato il: 21 Luglio 2017

Argomenti: Ritratti

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Mi sento un po’ come i fanti francesi in Egitto, quando ai piedi delle piramidi il Bonaparte li apostrofò con quella famosa iperbole pur di dubbia verità: “50 secoli di storia vi stanno guardando”. Tra poco infatti guarderò 32 generazioni di storia del Chianti, e la cosa non solo mi incuriosisce ma mi incute un velo di riverenza.

Il Barone Francesco Ricasoli è un uomo dal passo risoluto e dai modi garbati, voce di velluto e sguardo mòtile: sa come va il mondo e come sono le persone, e nel grande studio pieno di cose da guardare si siede dalla tua stessa parte della scrivania. Con naturalezza, con un solo gesto azzera le distanze e completa l’opera proponendo di abbattere le formalità, Diamoci del tu. Come no.

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Sto per approfondire la conoscenza con una delle più importanti realtà vinicole del nostro paese, innestata sulla storia lunga dieci secoli della famiglia Ricasoli e culminata con la personalità travolgente di quel Barone di Ferro – Bettino – che fu due volte Ministro dell’imberbe Regno d’Italia. Uomo probo eppur austero, studioso, letterato, esteta, agronomo, collezionista, oratore, fidato collaboratore del Re ma anche suo sottile censore. Il Re era, diciamo, un po’ farfallone, mentre Bettino Ricasoli aveva ferrei principi morali. Il suo lascito è ancora evidente.

Stiamo parlando di mille e duecento ettari, di cui oltre 200 vitati: nel resto ulivi, tanto bosco, seminativi. Non tutto fila liscio nella storia dell’azienda vinicola: la momentanea disaffezione della famiglia per le cose del vino la vide in mani forestiere – canadesi, australiane – che la spremettero senza esitazione fino a ridurla allo stremo: fu proprio Francesco, allora in tutt’altre faccende affaccendato, che per seria riflessione personale e imprenditoriale decise di mettere mano al processo concorsuale in fieri e rilanciare l’azienda: le 32 generazioni che lo guardavano dal Castello di Brolio lo richiedevano.

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Passo dopo passo, con non celato amore per la bellezza e giusto senso d’appartenenza il Castello di Brolio è rinato, a se stesso e al paesaggio, e produce vini di varia e vasta gamma. Il viaggio è in corso, e le scelte colturali ed enologiche stanno cambiando l’impronta dell’azienda: di quella decotta degli anni bui all’odierno moltiforme ircocervo. Che da un lato strizza l’occhio ai mercati internazionali, dall’altro si arrampica sulla storia chiantigiana mai rinnegata. Come ognuno sa la definizione stessa di Chianti come vino è nata dalla fervida e concreta mente del Barone di Ferro – qui per tutti è quello il nome – che lavorò alla stesura di un disciplinare ancora oggi valido in larga parte.

Il Castello è anche un prodotto, visitato ogni anno da decine di migliaia di turisti: a cui si presta attenzione dalla cantina, la sala degustazione, il cosiddetto “agribar“, la Trattoria dove può capitare di assaggiare piatti di stampo inconfondibilmente toscano, ma anche qualche invenzione. Nei bicchieri la gamma di casa, a volte qualche etichetta antica che racconta la parabola delle etichette più importanti. Non lontano, sulle sponde dell’anfiteatro naturale da cui vengono le uve del Casalferro, ecco l’agriturismo: un casale ripreso a moderna confortevolezza, tra silenzi e viste zen.

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S’appassiona alla sua terra, il Barone, tanto che la guarda con occhio affettuoso: mentre ti guida orgoglioso nella tecnologica “cantina nuova” o mentre ti illustra lo studio sui suoli, districandosi tra enormi “carote” dei terreni più diffusi. Ti accompagna sulle strade solitarie tese tra un capo e l’altro della Tenuta, raccontandoti senza soluzione di continuità della gelata, del film girato da Pieraccioni, delle case date in uso ai collaboratori, delle fantasmagoriche proprietà ai lati, acquistate ma miliardari in euri, spesso forestieri.

L’infinito di aneddoti sul Castello: fu comando della Wermacht durante la guerra, e bombardato dagli Alleati. Conquistato, doveva essere raso al suolo dal comandante tedesco che lo aveva tenuto: che sbagliò il tiro deliberatamente. Era un fine esteta, un raffinato erudito che si oppose, e se la passò brutta in patria. O del Re, per cui si era costruito un apposito appartamento, ma che al momento della visita si dileguò per improvvisi impegni. O un incontro galante, dicono i maligni. Gli esperimenti di coltura del baco da seta. Il giardino all’italiana. La collezione di minerali, di gemme, di reperti, di libri. Quella – strepitosa – di Armi Bianche. E infine l’Eroica, l’eroica gara ciclistica corsa con mezzi – e abbigliamento – rigorosamente vintage che di qui passa spargendo epica e nostalgia allo stesso tempo.

La stretta di mano di Francesco, sulla soglia della cantina, è franca e convinta: ti ha appena mostrato la curiosa ed interessante sala dei documenti, su cui venivano annotati gli usi, le modalità, i metodi agronomici, una scoperta dopo l’altra: dal governo all’uso toscano, alle modalità di spedizione. Ne esci stordito, o contento. Probabilmente entrambi. Il saluto è aperto, l’accento lo condisce di profumi del Chianti; ti appresti alle prossime cento curve, portandoti via un’altro pezzo d’Italia, uno di quelli che la rende unica così com’è.

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