Portovenere Grand: lusso e classe sul Mar Ligure - Appunti di Gola

Portovenere Grand: lusso e classe sul Mar Ligure

Portovenere è un diorama versicolore, un baleno cangiante a seconda dell’istante in cui lo incontri: che sia la sonnacchiosa vetustà di un martedì d’aprile che sia il concitato e fremenbondo incedere di un crepuscolo di luglio, che sia una domenica di pranzo all’inverno, che sia una notte di mezz’estate. Affollato, urlante, claudicante traffico dei finesettimana d’ogni stagione, sospirato andare dei pomeriggi di primavera, in mezzo alla settimana. Non cambia la rastrelliera di case: diritte forse, pencolanti pare, sghembe e curvate come se la strada più corta per la rigatissima chiesolina di San Pietro non fosse una linea diritta. Per quello conviene camminarla, Portovenere, la mattina presto, quando la maggior parte se ne sta accoccolata nel dormiveglia, oppure attende di posar piede sui ponti tremuli dei piccoli ferry. Camerieri spiegazzati spazzano la banchina, e spostano rumorosamente sedie; anglosassoni di bell’aspetto saltabeccano su scarpe da mille euri; il sommergibile ondeggia caìno nel porto, tra barche da cinquanta metri battenti bandiere equatoriali; vecchi pettinano cani vecchi; cuochi non più nel verde dell’età stropicciano occhi pesti di troppo poco sonno.

È per questo che torniamo a Portovenere: per questo sopportiamo gli insopportabili dieci chilometri di monorotaia che ci conducono ai sensi unici della penisola. Per questo versiamo decine di nichelini nelle macchinette dei parcheggi, sapendo che prima o poi finiranno e l’Angelo del Signore comparirà dietro la nostra vetturetta per scrivere fogli o – nella modernità – stamparli con caffettiere digitali portatili che invece del caffè spremono contravvenzioni miliardarie dal loro cuore cieco.

Ma torniamo a Portovenere per amarla senza condizioni, sopra tutto se la nostra casa lontano da Casa è il Grand, hotel nel convento di puro lusso e moderatissima ostentazione. Parcheggi nella comoda rimessa, fai un passo e mezzo e valichi la soglia della Hall dove pare che tutti, proprio tutti, non avessero altra urgenza che vederti comparire in controluce. Sali, t’accomodi, guardi dalla finestra e t’innamori ancora e ancora. Non bastasse la vista a spezzarti il cuore di languore, ci penserà un tavolino sull’orlo della terrazza dove potrai perdere i sensi sotto l’assalto delle ostriche di Spezia, uniche più che rare: quel mano striato, quel sapore deciso ma elegante, testardo, quell’acquerugiola quasi dolce sul finale. Il sommelier, magari, ti vizia con una selezione di Vermentino completista, o con uno Sciacchetrà monumentale.

Non sarai sorpreso di sapere che è solo il prologo della cena-con-vista che ti attende: quattro chiacchiere con lo chef Francesco Parravicini, capitano di lungo corso sulla tolda del piroscafo La Palmaria – è il nome del ristorante del Grand Hotel – per comprendere l’intento di una carta ampia ma non complicata. C’è gente di tutto il mondo, che arriva e vuol mangiare “italiano” senza fronzoli: allora il Grand Tour Italiano pesca a piene mani nel dizionario gastronomico del Bel Paese, con esiti – alla prova dei fatti – strabilianti. Prendi, per dire, le tagliatelle Bologna: Parravicini è uno chef colto, studioso, e laborioso: lui che non ha nemmeno un quarto d’Emilia nelle vene spreme dai suoi fornelli un ragù a cinque stelle, morbido il giusto e carnoso il giusto, e una sfoglia all’ovo che all’ombra di San Petronio potrebbe far impallidire più d’uno. Poi c’è il resto, che è il viaggio nelle propaggini del Mar Ligure, se è caso, o di altri mari, dove serve. Gamberi Rossi dal Vallo, battuti con il sedano e la salsa bianca appena acida; il calamaro ripieno, opìmo, volonteroso e rassicurante; il memorabile gomitolo di spaghetti maritati con i famosi, inimitabili mitili spezzini, i “muscoli” che qui hanno nome; un lacerto di rombo, cotto bene alla moda classica, con una svirgolata di salsa al vermentino, tesa e sapida il giusto, che non aspira a vette estetizzanti ma si arresta sul bordo di una meritoria, accogliente correttezza. Gli appetiti formidabili non resisteranno al dessert, una composizione non esente da un veniale fallo di confusione ma marcata da una piacevolezza di fondo che ghermisce il palato con il gelato al cioccolato e lo rilascia con le frutta rosse.

Al tavolo un servizio che chiamare amorevole pare diminutivo: soprattutto se sai orecchiare le richieste più inverosimili dei tavoli accanto, a cui perviene sempre la solita, rassicurante risposta, Yessir. Bottiglieria se non ampia di certa selezione, con piccole perle vinose da stretti conoscitori del metro quadro. Una Tavola di pregio, che cerca il rarefatto equilibrio tra le non celate ambizioni gurmè e l’urgenza di una degna cucina italian sounding che soddisfi la cospicua percentuale di stranieri a bordo: per indigeni curiosi e italiani golosi la prima, per turisti alla ricerca del pittoresco, la seconda. Tutto svolto con solida serietà, non scalfita dalla routine e dalla riproposizione, attenta più che pedissequa, del previsto e prevedibile.

Non avessi finito, puoi acciasciarti sullo sgabello del bar e farti viziare dalla bonomìa del bartender, che sa interpretare il ruolo del coppiere amico; oppure far di due passi di sotto, sul molo.

La mattina il cerchio si chiude: è presto ma lo chef e i ragazzi di sala, che ti par d’aver salutato un minuto prima, sono già lì, camicia e giacca immacolata, ad esaudire desidèri prima che li desìderi. Ogni bendiddio, vista sul porto all’ombra, e una onesta pasticceria di terze parti.

L’ora di partire: pare che mentre t’affastelli dei pochi bagagli da motocicletta par davvero che a tutti spiaccia che te ne vada: pure alle case strette e dritte di Portovenere, che ora – chissà perché – paiono assai più inclinate in avanti. Sarà la magia del posto, che ti chiama ancora.

La Palmaria dell’Hotel Portovenere Grand
Via Giuseppe Garibaldi, 5
Portovenere (SP)
T. 0187 777 751
mail: info@portoveneregrand.com
web: www.portoveneregrand.com

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