Montesodi, Rufina senz'altro - Appunti di Gola

Montesodi, Rufina senz’altro

Pubblicato il: 20 Luglio 2016

Argomenti: Vino

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Cosa resta da dire dell’epopea dei Marchesi de’ Frescobaldi, castellani e vignaiuoli dall’anno mille o giù di lì? Difficile aggiungere qualcosa che non sia visto e previsto, aggrappandosi magari all’aneddotica del Marchese Lamberto, voce narrante contemporanea della famiglia.

Di Montesodi, per esempio, si può percorrere la parabola: chiara interpretazione dei tempi, manifesto di un pragmatismo che si affianca alla forza comunicativa di una convincente toscanità. Montesodi è il cavallo di razza della scuderia di Nipozzano, territorio destinato dai profeti dell’agronomia postbellica agli armenti, e infine – verità rivelata – potente luogo di-vino. Leggerne le stazioni, dagli anni settanta ad oggi è illuminante: dalla cristallina rappresentazione del Chianti Rufina, fino all’abbandono della denominazione in etichetta per schietta motivazione commerciale, passando attraverso gli interventismi che appannano il lume di Montesodi dalla fine degli anni 90 agli anni zero.

Ora, millesimo venti-dodici, abbiamo un Sangiovese che riposa in botte grande, e riveste con furore adamitico il suo ruolo monumentale. Rubino, tenue. Visciola sparata al primo naso. Vigore alcoolico palese ma misurato. Figure di carta, qualche incontro erbaceo, un finale corroborante. E poi l’assaggio che non vorresti finisse mai: teso, nervoso, elettrico nel mezzo, brillante e focoso all’uscita. Sangiovese baciato in fronte dall’eleganza e folgorato dalla grazia, ma non alieno da una poderosa frustata acida, vellicata da un tannino lieve e farinoso, bellissimo.

Vedo solo pernici rosse, reboanti ribollite, paitti di funghi e si pasta fresca sugosi e vasti, bistecche, stufati e rifritti. E calici a svuotarsi in fretta.

 

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