La Limonaia in Torino, a casa di Cesare Grandi - Appunti di Gola

La Limonaia in Torino, a casa di Cesare Grandi

Pubblicato il: 11 gennaio 2018

Argomenti: Tavole

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Si organizza con gli Amici del Bar una rimpatriata: andiamo a cena da Cesare Grandi a La Limonaia. Zona “verso fuori Torino”, ma non ancora da cronache del dopobomba. Ai piedi di un monolito condominiale, protetta da ingresso a cancello, attendo i reprobi ritardatari e mi guardo attorno: serata tranquilla, inverno mite, parcheggio plausibile.

Giunti che sono, s’entra, e la Limonaia schiude una sala da pranzo che potrebbe essere il compendio delle sale da pranzo di tutti noi, se avessimo lo spazio: esorbita solo il piano a coda, che ben raramente ha luogo in case d’ordinanaza. Per il resto frattaglie storiche, reperti di viaggio, briccabraccheria, suppellettili, mobilia varia e mai eguale. Il tutto in bella disposizione, gusto raffinato, piacere per l’occhio e accoglienza abbracciante che ben dispone fin dal primo istante. Le pareti a vetro, immaginate nella bella stagione e di giorno, spazieranno luce e respiro: ora par d’essere in un amabile jardin d’hiver con vecchi compagni d’arme. Il giuoco è sfoderare bottiglie e scoprirle coperte: il divertimento è lasciarle scorrere tra i piatti del giovine e appassionato cuoco che con minima brigata evoluisce di là dalla finestra. In sala, garbo e competenza al femminile.

Lasciata la mano libera allo chef, piovono sul tavolo tapas a profusione: pane burro acciughe, ascolane, cono di clorofilla – il “non capito” – bacio di dama. Commendevole l’ostrica, buona assai nel suo accompagnamento di melograno acetosella e zenzero candito. Buon viatico per una delle preparazioni memorabili di tutta la galoppata: il cannolicchio scottato, reso con radicchio ginepro e acetosella. Nel bicchiere – agevolato dal mefistofelico Fracchia – uno degli champagne più acchiappanti che sia capitato di labbrare: Augustine Sans Soufre, spettacolare al colore, caldo al profumo, gigantesco al sorso, vigoroso al finale. Nel piatto ancora un boccone di carne cruda, una patata in terra di porro: tanto profumo, il kimchi – verdure fermentate – per aggiungere tensione in precario equilibrio.

Strappa l’applauso anche il Bao farcito con la pancia piastrata, valorizzato da un blend di peperoncino che trova la misura di giustezza tra croccanza e piccanza. Non può che essere energico anche il seguito, affidato ad un plin dalla sfoglia di tuorlo, sottile e solo leggermente sabbiosa, con un poderoso ripieno di cervo. In soprammercato il porro complementare. I tajarin vengono con carne di capra lessata: bell’azzardo, ma riuscito nell’assemblaggio con il brodo di verdure e funghi. Il daino poi è cotto al punto, con i funghetti che compaiono a compiere l’opera boschiva.

Curiosa la panna cotta eseguita con latte d’asina, che completa il viaggio con moderata dolcezza.

Discreta e misurata la presenza del cuoco, che ama il sussurro più che il grido; benvenuta l’atmosfera decompressa; ameno il servizio, pur informale, che non pecca in puntualità. Bella la compagnia, fitta di risate e ridacchiate, conto all’onestà: te la caverai con 40, 50 euri a seconda degli appetiti. Oltre al bere che qui è rappresentato da una carta laica ma largamente orientata alle etichette non convenzionali.

I compagni di viaggio hanno larghi sorrisi, le mani si stringono, gli abbracci si sciolgono, i saluti si liquefanno in mezzo ad una notte piovigginosa.

La Limonaia
Via Mario Ponzio, 10, 10141 Torino TO
lalimonaia.org
T. 011 704 1887

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