La grammatica della tradizione - Appunti di Gola

La grammatica della tradizione

Pubblicato il: 3 Ottobre 2017

Argomenti: Notizie

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In questo ameno luogo si parla di cibo e di vino, e sempre più raramente si parla e basta: non è più tempo di parole, occorrono le immagini e testi brevi e soprattutto SEO compliant. Per fortuna qui l’urgenza non è esasperatamente cliccatoria, e posso serenamente postare ricette astruse e vini esoterici senza temere la messa al confino.

Ebbene la riflessione è nata dall’ormai famoso “decalogo” di Albert Sapere sul cuoco “moderno” e della susseguente telefonata in cui, pur nel confronto dialettico, abbiamo trovato alcune concomitanze. Cioè, io sono rimasto della mia idea e lui della sua, e questo ci fa forza, ma entrambi abbiamo pensato che – forse forse – è ora che cominciamo a parlare di cucina senza fare le barricate, i partiti e i partitini. Non ci si riuscirà, ovviamente, ma lo faremo, oppure moriremo provandoci [Cit. Spartacus].

Dunque correndo pedalando e nuotando, ma ancora di più guidando, ho cercato di cauterizzare il senso di urticante fastidio che provo ogni volta che leggo la parola “tradizione“, soprattutto con la lettera maiuscola, o quando qualcuno cita trombonescamente la ricetta della nonna come unica e vera, ficcando la parola “rigorosamente con..” per indicarne la monoliticità. A me tutto questo fa assai ridere, perchè se c’è una cosa liquida, mòtile e ondivaga è proprio la tradizione popolare.

In parallelo mi veniva una riflessione a proposito della grammatica, con la famosa diatriba tra “il” gnocco e il corretto ma cacofonico “lo” gnocco: ho scoperto che esiste un Comitato per la Cancellazione della regola “Lo Pneumatico” che in effetti provoca una labiolaringite a chiunque tenti di pronunziarlo, ma reggimenti di maestre continuano a difenderne l’esistenza in vita in spregio del pericolo.

Dunque, delle due l’una: la tradizione è un linguaggio, e come ogni linguaggio ha una grammatica. E come ogni grammatica ha delle regole che sono fatte per essere violate: conosciute e superate. Amo, nel linguaggio, piegare e maltrattare le regole della grammatica, che pur conosco per forza o per amore: che seguo quando sono convergenti con il mio permaloso senso estetico, ma che ignoro e appulcro quando lo urtano. Oppure quando le regole non solo sono un vincolo ma addirittura un ostacolo alla narrazione, e mi scuso per l’uso di questa che è una parola “pigra”, cioè consunta. Ma non ho un sinonimo cotto e pronto all’uso.

Dunque anche la tradizione va imparata, studiata, e conosciuta. Usata: se serve al progetto, al pensiero, alla “narrazione”. Ma non può essere un obiettivo, anzi deve essere uno strumento per l’espressione, per la comunicazione, non può essere in mito che ingabbia ogni forma di evoluzione. Non mangiamo più il garum, non scriviamo più come Ciullo d’Alcamo, e non mangiamo più quello che ci ammanniva la nonna, che oggi facilmente lanceremmo dalla finestra tanto si sono discostati i gusti nostri da quelli di 40, 50, 60 o 70 anni fa.

La tradizione è un linguaggio, la ricetta è un algoritmo. Ma l’unica cosa che instilla valore aggiunto in tutto questo è il talento, e l’unica vera ricchezza è il capitale umano. E tutto il resto è silenzio: o magari, solo televisione.

Un commento a La grammatica della tradizione

  1. Bendetto, sottoscrivo

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