Il vino a Venezia si fa nell'Orto - Appunti di Gola

Il vino a Venezia si fa nell’Orto

Pubblicato il: 31 Maggio 2015

Argomenti: Vino

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Venezia è una micromegalopoli: densità abitativa da Mexico City, cementificazione stile Trantor – la capitale dell’Universo di Foundation – con rarefatti metri quadri di giardini, qualche pianta officinale, un albero da frutto sospeso. Non certo abbastanza per sfamare i famelici appetiti dei ricchi – e dei non ricchi – veneziani nei secoli dei secoli. Urgente il collegamento con i coltivi della terra ferma, non sempre prossimi a causa delle caratteristiche del litorale. Allora ecco svilupparsi un’agricoltura rude ma meticolosa su alcune isole della laguna, Sant’Erasmo in prima fila nella produzione di ortaggi per la città.

Inevitabile l’impianto della vite, che dal XVI secolo assume una certa importanza anche nella produzione di vino.

Le dure condizioni di lavoro e di vita sull’isola determinano il declino delle produzioni enologiche, e i terreni restano in stato di abbandono per secoli. Peccato, perchè il fondale di limo e calcare riportato dai fiumi è fertile, e favorevole. Ci vuole un progetto, un azzardo, un’idea forte: è quella di Michel Thoulouze, francese d’Italia. Pianta malvasia istriana, con chiare visioni in mente: niente aratro, niente concime, niente diserbante, solo il recupero degli antichi ma insuperati sistemi di drenaggio a canali, che lasciano il terreno ricco e asciutto. Miracolosamente, a piede franco.

Allora ecco questo Orto, il nome del bianco da tavola che si produce laggiù, brillante e chiaro, lucente. E già resti sorpreso, che il millesimo è il ’10 e il vino ne ha cinque, di anni. Ha visto l’acciaio, brevemente, e poi il vetro solo. Il profumo è un refolo, delicatissimo, da cercare con attenzione: trovi la varietà, e trovi mele, una traccia balsamica molto fresca, un finale nero grafitato. Ed hai sete: che spegni con un sorso di misurata forza alcolica, particolarmente elegante, che la spalla contiene appena prima di apparire diafano. Che è vino da bere, largo ma non dilavato, nitido, salato e penetrante nel finale.

Le amarezze che si rincorrono e restano sono sottili, composte, fredde, e caratterizzano un bicchiere raro.

 

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