Chianti Collection 2018 - Leopolda - Appunti di Gola

Chianti Collection 2018 – Leopolda

Pubblicato il: 13 febbraio 2018

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Ma che sapore ha/una giornata uggiosa

Pioviggina, ritorna il refrain della canzone del Lucio nazionale. Il sapore, va senza dire, è quello del Chianti Classico.

Il Treno Veloce porta a poco più di novecento metri dalla Leopolda, in cui oggi il Chianti Classico sfoggerà il suo vestito di festa. Quattro passi nella Firenze trafitta da cantieri innumeri, il pedone che cerca marciapiedi, un po’ ansioso. Poi i cancelli si spalancano sull’atrio in cui fin da subito il Chianti Classico si presenta bello tònico: la reception funziona come se fosse imburrata, comodo il guardaroba gratuito con ragazze a dispensare sorrisi – ok, 5 minuti di fila, ma bene così – e a raccogliere ombrelli. Il filtro morbido per entrare nella sala delle Camere Olfattive dove il colto pubblico e l’inclita guarnigione possono farsi un’idea delle sensazioni proprie dei molti vini che andremo ad arieggiare.

Spettacolare il colpo d’occhio sulla sala delle degustazioni di Chianti Classico Collection2018. Poco meno di cinquecento (500) bottiglie disposte in bell’ordine come reclute al giuramento, un esercitino di sommelier a raccogliere le richieste della silenziosa folla di operatori-con-tastiera che stanno sbicchierando in grazia plena. Tavoli da quattro, con quattro volte quattro bicchieri, già armati d’acqua con e senza bolle, e due strumenti di lavoro molto utili: l’enciclopedico Catalogo, con tanti indici quanti la fantasia ebbra di un enocritico lascivo potrebbero desiderare, e il modulino salva-vita per prenotare gli assaggi. Sommelier che accorrono al minimo cenno, prendono i flaconi, mescono, ritornano. Quello che manca è rifillato a velocità supersonica, la salvifica sputacchiera a portata di mano e sostituita ai segnali di piena.

Azzardo l’avvio della estenuante pratica: selezione-bicchiere-naso-sorsino-sorso grande-rilascio-acqua-crackerino-acqua, e ne metto in fila numerose cinquine: ma non sarà questo il luogo dell’esibizione della dubbia capacità cognitiva – e ricognitiva – di decinaia e decinaia di assaggi, che delego a virtuosi e maratoneti come Andrea “Burde” Gori rivisto finalmente dopo otto secoli. Ma una sensazione d’insieme è rimasta, la sera.

La cosa più importante da riferire è l’idea che mi immagino si possa essere fatto un buyer, un operatore o un commentatore italico o forestiero su quella giornata. Prima di tutto un’organizzazione professionale, priva di sbavature, compatta e massiccia pur senza esagerazioni stentoree ed esternazioni tonitruanti: gente che lavora con altra gente che lavora. Senza micragna, che i mezzi ci sono, ma senza sfarzo, che qui si investe ma non si spreca. Bel messaggio, sobrio ma convincente. La seconda impressione è di un sistema – e mi scuso per l’abuso della parola – coeso e lubrificato, convergente su un unico risultato: dare l’impressione che la cosa funzioni nella sua interezza. Terza e non meno importante idea, questa affidabilità, questa riconoscibile appartenenza ad una comunità che vive nella ricerca di valori di qualità condivisi.

Per chi non ha una conoscenza entomologica delle varie espressioni del Chianti Classico come chi scrive, a parte alcuni vertici e un paio di inciampi, la gran parte degli assaggi risultano coerenti, aderenti ad un tipo, e di qualità indubbiamente rilevante. Tanto che la valutazione è limitata a sfumature, alla ricerca di dettagli che qualifichino e identifichino le diversità. Tutto racchiuso in un “cloud” di sensazioni particolarmente omogeneo. Attesa la spiccata classificazione identitaria, ci si può dedicare a svelare il carattere delle diverse proposte, districandosi nelle varie linee imposte dal disciplinare, dall’annata alla Riserva, alla mitologica Gran Selezione.

In sintesi dagli assaggi: ’16 che promette tanto, e qualcosa già mantiene; un ’15 che si fa apprezzare per linearità anche nelle bottiglie d’Annata, con qualche momento particolarmente ispirato nelle Riserve. Scorrendo all’indietro i calendari l’ampiezza delle oscillazioni diventa rilevante, con un paio di flaconi targati ’12 da puro entusiasmo e qualche bicchiere afflitto da sintomi di maturità. Il Treno Veloce riporta in Padania, a raccontare agli increduli quanto sia faticoso divertirsi con il vino, e quanto siano bravi “quelli del Chianti Classico Collection”.

N.B. Grazie a Silvia Fiorentini per la gentile collaborazione. 

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