Berkel, leggende d'oreficeria meccanica - Appunti di Gola

Berkel, leggende d’oreficeria meccanica

Pubblicato il: 16 Luglio 2015

Argomenti: Produttori

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Già da un’ora sto ascoltando il racconto pacato e appassionato di Giuliano Reas, direttore generale della Van Berkel International, ed è un vortice di immagini che mi appare davanti agli occhi. Oltre cento gli anni della storia di questo marchio che è tra i più riconosciuti – e riconoscibili – nel mondo del food, cento anni in cui è successo di tutto. Due guerre mondiali, solo per fare un esempio. E poi la globalizzazione, la rivoluzione nei consumi, nella distribuzione, nelle stesse abitudini alimentari.

Ecco, è forte  la percezione della capacità di questo marchio di rappresentare un’idea, attraverso la diffusione del prodotto che sintetizza. Mentre ascolto l’epopea di capomastri dalla mano di velluto, della genialità dei progettisti e dei tecnici che senza alcun supporto tecnologico sapevano costruire arnesi di precisione micrometrica, ho folgorante la visione che ovunque ci sia una Berkel si trasmette immediatamente l’idea di qualità. Qualità nel senso storico: cioè qualcuno che sappia fare bene a proposito del cibo. Una salumeria che affetta con Berkel, e la mette lì bene in vista, non può darmi del prosciutto mediocre, è un assunto.

Wilhelmus Andrianus Van Berkel nel 1898 decide che ne ha abbastanza di lavorare a mano le carni della sua macelleria, e simula con una apparecchiatura rotante il gesto della mano e del coltello: nasce la prima macchina con la lama circolare e il carrello d’avanzamento del prodotto. Il volano con i manovellisimi  a vista diventerà rapidamente un riferimento, e tutt’ora è presente nell’immaginario collettivo come rappresentazione anche estetica di quel modo di taglio. E’ un successo planetario: in poco più di mezzo secolo la Van Berkel avrà più di cento stabilimenti nel mondo, tra cui fiore all’occhiello anche quello di Milano.

Rigore costruttivo, fedeltà ai progetti, capacità di interpretare i localismi sono le chiavi della diffusione delle macchine da taglio Berkel, che nel frattempo estende la gamma dei suoi prodotti alle bilance. Affascinante la storia dei colori storici: il rosso, che conserviamo tatuato nella memoria come riferimento, è probabilmente la risposta all’uso iniziale delle macchine sulle carni fresche, per mascherare meglio le tracce ematiche. Il nero, colore eponimo dell’epoca fascista. Il crema, più adatto alle latterie diffuse nel capoluogo lombardo. Dove termina la leggenda urbana e dove inizia la realtà è difficile certificarlo, ma il romanzo di quegli attrezzi che diventano quasi un patrimonio culturale è davvero irresistibile.

Avvicinandosi ai tempi più moderni inizia l’elettrificazione: negli anni ’50 nascono le prime macchine elettriche, assieme alle mutate condizioni dei modi di produzione. Una lenta penombra avvolge la produzione delle macchine da taglio, e la riconversione degli impianti che durante il periodo bellico erano state ampiamente utilizzati per la produzione militare non è priva di conseguenze. Nei decenni successivi si arriverà al cambio di proprietà, e le macchine da taglio non saranno più centrali nella linea produttiva. Ai giorni nostri due intraprendenti manager rilevano la linea e rilanciano il marchio, ma il fiato è corto e un mesto epilogo si profila: curiosamente, mentre infuria la passione per le macchine “vintage” che hanno una schiera formidabile di appassionati e di restauratori che cercano trovano e smerciano pezzi rari a prezzi da capogiro, l’azienda procede a passi spedititi verso la chiusura.

Sulla sua strada però incontra un altro “miracolo italiano”, la famiglia Rovagnati. Il poderoso gruppo di Biassono ha le economie per prendere in carico la Van Berkel Internaitonal e con l’oculatezza gestionale che gli è propria fa progetti, e li realizza.

Oggi il piccolo stabilimento di Albizzate assembla tutta la linea, sia quella orientata al mondo pro che quella domestica inclusa la rinascente linea a volano. Solo le piccole elettriche domestiche vengono prodotte in India. Nell’ingresso-reception un’esposizione-museo di alcuni articoli storici, oltre alle macchine in produzione: mentre sfioro le cromature a triplo strato, a girare la manopola del volano, a “sentire” il carrello spostarsi con la fluidità oleosa dei meccanismi fatti bene, sembra proprio di aver di fronte oggetti di oreficeria in grande scala. Le evidenti finiture manuali, le fusioni in stampi di terracotta, le filettature dorate sono il pro dimemoria grandi vassoi di prosciutti affettati a velo, di culatelli rispettati nella loro integrità, di mortadelle immense spazzolate senza remissione.

Ci sono dei motivi tecnici per cui il taglio Berkel è così inimitabile: si può raccontare la lama concava che non “scalda” il prodotto, il “gradino” vicino al bordo che non ossida il grasso, i carrelli costruiti con l’ossessione della maneggevolezza e della pulizia. Ma qui tra le volute “decò” del volano di questa P15 ti dimentichi tutto il resto, e ti godi il sapore tutto italiano di questa rinascita.

Oggi Berkel significa dunque macchine elettriche professionali a gravità e verticali, per la copertura di diverse esigenze; le “piccole” elettriche domestiche, e i modelli “replica” per uso domestico, veri e propri oggetti d’arredo. Non certo prodotti popolari: il costo di questi capolavori è proprio da gioielleria. Ma si sa, per citare il poeta: dove c’è gusto non c’è perdenza.

Ringrazio Van Berkel International per avermi concesso di imperversare con la fotocamera nelle linee di produzione, dove la forma diventa sostanza e conserva una sua inarrestabile forza espressiva, un tratto grafico di travolgente comunicativa.

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