Balbiano, inconsueta normalità. - Appunti di Gola

Balbiano, inconsueta normalità.

Pubblicato il: 22 Gennaio 2016

Argomenti: Storie

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Nella linea patrilineare di Balbiano, famiglia di vignaiuoli in Andezeno TO, c’è una virgola comune, un taglietto nel DNA che attraversa le generazioni: la capacità di deragliare. Oso dire: la facoltà di farlo.

Dapprincipio infatti ecco la splendida ed insolita struttura rurale-patrizia in cui vive la cantina, un edifizio a molti corpi cresciuti nei secoli, abbrancicati di superfetazioni storiche o improvvise, ma soprattutto aggrappato alla collina. Un macigno di tufo poroso che galleggia su grandi risorse idriche che si palesano attraverso sbuffi d’umidità, licheni e verzure di minima specie. Intorno la vicenda della Freisa, vitigno rustico e scostante al punto di condursi sull’orlo del precipizio dell’estinzione. Difficile, impervia, sapida, dura: negli anni dell’autoproduzione e dell’autoconsumo tipicamente dolce, fermentata parzialmente, con basso tenore alcoolico e frizzante. Ecco come descrivere la quintessenza di un vino inattuale, senza speranze.

Ma la Freisa ha un suo carattere e una sua dignità, e alcuni – davvero un manipolo – di produttori si ostina ad imbottigliarne versioni più contemporanee, Balbiano in prima fila tra di essi.

Dicevo: capacità di deragliare. Nella vita: il padre prima chimico poi in vigna e in cantina, il figlio prima avvocato poi in vigna e in cantina. E attorno. Deragliare dalla storia faticosa della Freisa e ricondurla ad una potabilità più contemporanea. Deragliare dal territorio stretto, per allungare lo sguardo sull’affascinante orizzonte della Vigna della Regina, a Torino. Un fazzoletto di terra nel giardino di Villa della Regina in cui rifulgono le viti che producono il vino omonimo, poco, prezioso. Uno dei pochi esempi in Europa di vigna di città.

Luca – la penultima generazione, che l’ultima sta ancora sgambettando – mi conduce a scoprire il binario e l’ultima sorprendente deriva. La cantina è scavata nella collina fin dal XVIII secolo, creando così un ambiente perfetto per l’affinamento: umido e costante. Ma a fianco ci sono caveau che contengono anche le imprese “laterali” dei Balbiano, padre e figlio complici.

Anni, lustri, decenni di ricerca hanno riportato qui una congerie di reperti della vita contadina e di casa, a cavallo dei due secoli trascorsi, dal macinino per il caffè al banco per l’autocostruzione degli strumenti. Ma ancora più sorprendente è l’ultimo cambiamento di rotta: i giocattoli. Che stanno ammucchiandosi con il loro corredo di risate antiche, ma non dimenticate.

Solo allora, magari con un bicchiere di Freisa frizzante, operaissima ma onesta, che scopri l’essenza di tutto questo deragliare: ed è un cambiare per potere rimanere integri, fedeli ad un’idea di territorio che non è un’icona, non è un dogma, me è una ragione d’essere. Per questo ancora si piantano barbatelle di Freisa, e si curano i filari di Cari, vitigno ormai dimenticato ma prezioso.

Qui si professa la normalità – che indagata rivela un’attenzione poco incline a sottoscrivere comandamenti, ma altrettanto attenta all’identità del risultato finale – e la sudditanza al buon senso, senza troppi fronzoli, ma con una sottofondo di amore per il bello al di là di ogni elucubrazione che si svela con un lieve tepore in mezzo al petto, quando stringi un po’ di mani per andare. Nessuno ha salvato il pianeta, nessun ego è stato maltrattato. Ma hai incontrato -persone- e questo, ogni tanto, fa bene.

 

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