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Open Triennale | Il buono, il brutto, il cattivo

Data pubblicazione 24.02.2012
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Devono avere qualche risorsa da spendere in immagine quelli di Vodafone con Open, "laboratorio permanente dedicato all'innovazione, alla rilettura delle proprie tradizioni attraverso la tecnologia e il racconto, alla scoperta grazie all'incontro e al confronto" in collaborazione con Zero all'interno della Triennale di Milano. Io, fiero isolazionista, avevo appena notizie frammentarie di un incontro fra birrai sulla comunicazione con assaggio incorporato. Visto l'ambiente mi sono poi più volte interrogato se fosse o meno il caso di adagiarsi su quella poltrona costruita con taccuini marchiati con la virgoletta dello sponsor. Come si fa in questi casi, aspetti che qualcuno lo faccia prima di te, onde evitare figuracce.

L'incontro ha avuto i suoi motivi di interesse, non tanto per i contenuti delle rispettive strategie in qualche modo ben noti a chi bazzica l'ambiente, quanto per l'impatto visivo e comunicativo dei protagonisti, un triello in triennale, mondi piuttosto distanti messi uno di fianco all'altro a confrontarsi/scontrarsi. Con differenze che si ritrovano poi nelle bottiglie, perché la birra è fondamentalmente un prodotto dell'uomo.

Il Buono. Teo Musso, deus ex machina del Baladin. Mani sempre tempestate di anelli da baro ma più riflessivo del solito, sobrio anche nel look radical chic gitano, ha raccontato il suo progetto agricolo di riportare la birra e la sua percezione, come per il vino, al legame con la terra, coltivando localmente le materie prime. La sua scelta di comunicazione passa prima di tutto per il prodotto che deve essere essere il principale biglietto da visita. Per una volta la visionarietà e la capacità di vendere idee - non soltanto birra - del pifferaio magico ha incantato anche me che non sono storicamente un teomussiano. Altra statura rispetto ai contendenti. Certo, come ha detto qualcuno, la filiera è corta ma se poi esporti in Brasile...

Il Brutto. Pietro Di Pilato, capo birraio di Brewfist. Look molto californiano, felpa con cappuccio, jeans e scarpe basse da skater, incarna appieno lo stile diretto e informale del birrificio. Meno loquace dei colleghi, il suo approccio alla comunicazione aziendale si pone in mezzo ai due estremi: fatta in proprio senza delegare, un po' naif e poco programmata, aggiornata al social contemporaneo e quindi low cost, pronta a sfruttare tutte le occasioni relazionali che nascono dall'esserci. Cosa ne pensi dei blog e del mondo web birrario? Fondamentalmente me li tengo buoni.

Il Cattivo. Loreno Michielin, socio e commerciale di 32 Via dei Birrai. Pantalone della domenica e camicia ben stirata, tipo-Rolex al polso, è tutto uno snocciolare di cifre, mercati, nuovi imballaggi per irretire giapponesi, pulizia grafica e impatto visivo, tempi di permanenza sul sito e traduzione multilingua, efficacia del messaggio, budget in comunicazione per bottiglia, uffici stampa per le relazioni esterne. L'archetipo dell'efficienza imprenditoriale veneta, praticamente il reciproco di Teo Musso come stile e impostazione. Devo ammettere che, nonostante la penuria di poesia, questo approccio razionale e pianificato esercita un certo fascino se paragonato all'improvvisazione tipica di molti birrifici italiani. Anche perché, oltre il marketing, qualità e ricerca sul prodotto ci sono eccome.

Piuttosto discutibile l'idea balzana di spezzare l'incontro-degustazione con la conferenza stampa di presentazione di Open, con annessa transumanza fra le sale di giornalisti e professionisti interessati all'uno o all'altro evento (non molto folta l'intersezione). Il buon Maurizio Maestrelli, moderatore del confronto, deve averne viste di cotte e di crude in tanti anni e si rassegna a qualche flebile rimostranza.

Il successivo vernissage con spine libere è quanto di più distante si possa immaginare dall'anima della birra artigianale: un'enorme altissima stanza asettica, oscurità, musica a palla, luci lisergiche, impossibilità di una qualsiasi forma di comunicazione evoluta e del racconto dei prodotti a disposizione. Fondamentalmente un festa del ginnasio per giovanotti di mezza età dove si beve a scrocco.

Birra della serata la Super di Baladin. Bandiera del birrificio, l'ultimo fiducioso assaggio risalente a parecchi anni fa era stato tradito da una pesantezza stile melassa. La tipica mappazza, c'ero rimasto male. Questa invece formidabile: birra che non conosce il luppolo o quasi - pura eversione in questi amari tempi birrari - eppure di grande facilità, alcool non pervenuto, splendido finale di amaretto, uva passa, ammandorlato. Dicono le malelingue che quando c'è Teo presente le sue birre fanno sempre faville. Non saprei, le bevo poco, ma nel dubbio ho bissato prima di filarmela inghiottito dalla notte milanese.

[Prima immagine by Birra Baladin]

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