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Il Sabato del Villaggio | Original Soundtrack

Data pubblicazione 15.06.2013
VOTO MEDIO
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Panorama meraviglioso. Il tramonto. Quattro ragazzi in punta di gilè mi girano attorno, mi viziano cambiando piatti e posate, bicchieri e pani con movimenti precisi e silenziosi. Al bisogno si palesano, poi si eclissano: ti accorgi di loro solo per l'alito d'aria che muovono quando passano, veloci.

Il maitre, compunto ma sorridente, ti porge l'ultima creazione dello chef: lingue di unicorno cotte quaranta ore a 36 gradi sotto una sabbia di marmo bianco di Carrara appositamente mulinata per quello scopo. Alla fine ogni lingua è appena spolverata di farina di semi di sequoia millenaria, succo di fava d'Aronne e bucce di patata viola vitelotte. Strepitoso: accompagnato poi da un fumigante ristretto di brodo di tartufi d'alba, teste di gamberi a puà della Tanzanìa, caviale di serpente a sonagli e foglia d'oro. Magnifico. Sto assaggiando, accompagnato da un calice di Krug Clos de Mesnil 1961, e mi commuovo di fronte alla perfezione della composizione, all'architettura del piatto, al compendio di profumi. Sono ad un passo dall'estasi.

L'estasi possibile, vicina, raggiungibile: poi il disastro. In sottofondo, a volume nemmeno troppo leggero, Biagio Antonacci esala uno dei suoi refrain scombinati Balla che sei brilla, balla la canaglia, balla che sei libera da me. Balla la monella dalla testa in giù, finalmente a regalare un po'. Poi Nek, Sei grande. Ancora, Laura Pausini, Io canto.

Un frammento di tartufo bianco d'Alba da mille euri mi va di traverso: mi sento soffocare. Uno dei camerieri, un medico di Vertemate con Minoprio che ha abbandonato i rigori della professione medica per i piaceri del servizio, mi pratica la manovra di Heimlich con una certa perizia, e tento di sopravvivere. Ci riesco, mi domando e dico, perchè tanta cattiveria?  Perché una tale efferata tortura?

Rantolando, mi chiedo quale perfidia sospinga i traiteur a infliggere ai loro amati clienti una scelta musica che se accontenta i molti ferisce i pochi, se rincorre i pochi - a me ad esempio suscitano appetito gli albi di chitarristi americani prematuramente dipartiti - scontenta i più.

Ecco alcune delle colonne sonore più tragiche ascoltate ultimamente:

1. Selezione di Canzoni Italiane dell'anno scorso, inclusi dimenticabili interpreti di Talent televisivi minori.

2. Selezione sfregapancia di easy listening americano con gran sfoggio di sassofoni e tempi terzinati.

3. Selezione in loop di un concerto dal vivo di Gino Paoli e Ornella vanoni della durata di mezz'ora, con riproposizione de "La Gatta" cinque volte nel corso del pasto

4. Selezione di cover di canzoni del rock immortale riproposte da modeste coriste afflitte da arrangiamenti borghesi (hai idea di cosa sia Smell Like Teen Spirit cantata con voce di controsoprano e tutti quei vibrati d'accademia, eh? peggio della carbonara con la panna)

5. Selezione di famosi brani di classica Che Tutti Conosciamo, tipo la V^ di Beethoven Ludovico Van che attacca mentre stai sorbendo il brodino di funghi cardoncelli e ossa di pesce pagliaccio

6. Selezione di romanze d'opera famose, con il salto d'ottava di Nessun Dorma che ti si conficca a tramezzo mentre stai tuffandoti nella tua Pasta Fagiuoli e Cozze

7. Selezione di techno Giapponese

8. Selezione di albi di Free Jazz freddo norvegese, con trombe suonate con la cornetta sordina e piani trattati

9. Canzoniere italiano anni sessanta, con canzoni depressive di Tenco e Ciampi e altri cantautori genovesi minori

10. Selezione di sigle televisive della RAI in bianco e nero come se fosse antani, incluse rare interpretazioni di Don Lurio e Sylvie Vartàn.

Vedendo che sopravvivo, il maitre mi chiede, Scusi ma lei che musica vorrebbe mentre mangia? Non ancora in grado di pallare, estraggo dai calzoni una versione tascabile di Amleto (Atto V, scena II) e indico il verso finale:

Il resto è silenzio.

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