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Il Sabato del Villaggio | Anche nel 2013 il Vinitaly accadde.

Data pubblicazione 06.04.2013
VOTO MEDIO
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Settimana dura, quella che precede il Vinitaly. Ci sono cose importanti da definire: al primo posto come sopravvivere. Spettri diafani e malevoli mi si agitano davanti agli occhi, al primo risveglio: tra tutti, giganteggia l'orrenda prospettiva del parcheggio. E' ancora viva e tatuata nella memoria la sensazione di furia e desiderio di distruzione scatenata dalle due ore di attesa all'uscita del bellissimo, grandissimo e comodissimo spazio ex-mercato, intelligentemente attrezzato con una sola uscita. Manuale.

Poi il dramma delle comunicazioni: il tempo in cui ci si riempiva l'agenda di appuntamenti, nel tal posto alla tal ora è defunto da eòni. Oggi la relazione scorre nell'etere come un immenso Lète, e l'incontro è fissato con un liquido "poi ci sentiamo". L'anno scorso era semplicemente impossibile agganciare una cellula, e per ore vagolammo nella calura, costretti addirittura a fermarci agli stand a bere qualcosa.

Ancora: il trasporto dei mezzi di comunicazione. Sì, perché ai vecchi tempi i commentatori s'aggiravano per i padiglioni con un taccuino e una biro. Quelli snob con una stilo. Quelli snob-snob con un lapis. Oggi, ennoeh: ci è richiesto di essere multimediali, multilinguaggio, multitasking, multietnici, multisensoriali: quindi la dotazione minima del guardone vìnico è composta da un paio di smartphone, un tablet, un notebook (vabè se non avete il Mac potete stare a casa perchè tutti vi guarderanno come i Parìa, e potete dimenticarvi di assaggiare i Grandi Vini Italiani), una fotocamera, uno stativo, un microfono, un fucile da caccia, la canna da pesca, due padelle e una pentola che non si sa mai, la borraccia dell'acqua, i facilitatori di cammino, il costume da bagno se viene caldo, una griglia portatile, due bistecche alla fiorentina da un chilo, mezza biova di pane di altamura con lievito madre, una confezione di tè Lapsang Souchong, il piumino Monclèr se viene un tornado di aria siberiana, un apparato telefonico satellitare, una dozzina di uova sode per uno spuntino informale, la cassetta del pronto soccorso, la bombola d'ossigeno per salvare qualche avvinazzato in anossia alcoolica, il dissuasore a scarica elettrica come deterrente per le avance troppo entusiastiche, un paio di scarpe da trekking di ricambio, la muta da palombaro che può sempre servire, un booster per far ripartire l'auto se te la dimentichi con le luci accese, l'ombrellone e la sdraio, un monitor 42 pollici per seguire le ultime notizie in livetwitting, un tavolinetto estraibile per poterti fermare un momento e digitare con foga le alluvionali, straripanti novità. Ah, dimenticavo: l'ombrello.

In queste condizioni, noi cinquantenni sovrappeso non possiamo affidarci al vecchio, fedele zainetto: occorre un colpo di genio logistico. Dopo aver scartato nell'ordine: il pulmino volkswagen verde con i sedili posteriori abbattuti; la mountain bike a mille rapporti con rimorchio; il carrello della spesa trafugato dal vicino supermercato; la carriola temporaneamente sottratta al cantiere edile di fronte a casa; un plotone di sherpa assoldati all'uopo; un traino da otto con un carro a ruote falcate; la biga; gli elefanti, ecco che l'idea del trolley-con-dentro-tutto si fa strada.

Naturalmente deve essere un modello recente, a riconoscimento vocale, retinico e digitale, perchè mentre ti assaggi - finalmente - il tuo prezioso centilitro di Gaja ottenuto corrompendo i lanzichenecchi messi di guardia al prezioso nettare, un grassatore in stato di ebbrezza non te lo voli di soppiatto.

Di contro, la mente sarà annebbiata da una serie di dubbi deontologici, gnoseologici ed epistemologici, che arricchiscono il dibattito degli operatori in questo pre-vinitaly: sono un naturalista e vorrei assaggiare i vini del Vivit: ma la mia religione mi impedisce di passare a meno di mille metri dai flaconi di vini di grande tiratura perchè potrei contaminarmi, e quindi come fare per accedere al padiglione senza cadere preda delle sirene in minigonna degli stand con i lustrini?

Certo, c'è la soluzione più radicale: visitare solo le manifestazioni di contorno, dove potremo innescare interessanti discussioni su quanto è naturale un vino naturale, visto che il cantiniere mentre imbottigliava a mano le sue quarantadue bottiglie di Fischiello Gentile in purezza senza solfiti ha guardato tre volte l'iPhone. E si è pure depilato il petto. Oppure manifestare civilmente il proprio dissenso passeggiando tutto il giorno tra i padiglioni dei vini "convenzionali" con una espressione di augusto sdegno, e rifiutare con secchi gesti della mano i calici tesi da nerboruti Sales Manager o da graziose stagiste.

Insomma, un guazzabuglio. Inutile per di più, perché ormai sarete tutti in viaggio per Verona, e nessuno leggerà questo post sciocchino.

Ma sotto sotto, lo sappiamo bene: Vinitaly è la Sanremo dei vinìsti: quelli che non lo guardano per poter dire che non l'hanno guardato, e quelli che lo guardano per poter dire che non gli è piaciuto.

Tra poco vado anche io. Vorrei assaggiare qualcosa.

 

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