Il Sole a Maleo, l'Albergo e la Storia. - Appunti di Gola

Il Sole a Maleo, l’Albergo e la Storia.

Pubblicato il: 12 aprile 2017

Argomenti: Tavole

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Svolgere un’attività che fomenta la curiosità fa sentire giovini, dimenticare le informazioni fa sentire vecchi: in mezzo il quotidiano di scoperte e riscoperte, di sorprese e di conferme. Per dire: spulciando le cartine delle terre adiacenti alla via Emilia trovo l‘Albergo del Sole di Maleo, e scattano una serie di lucine colorate. Guardo il sito, leggo le pagine, guardo le foto dei piatti. Vado, con la fidanzata dall’occhio di vetro al seguito.

Il piccolo paese accoglie con architetture di certa possanza, alla cui ombra sorge il sobrio edifizio dell’Albergo. Varchi la soglia avvolto da una sorta di felpata eleganza, appesa proprio a metà tra il calore e la cortesia. Un po’ come tornare a casa in una casa che non è la tua. Mi guidano ad un bel tavolo spesso, stretto e lungo, e mi mettono in mano un menù  sommesso e lieve, in cui i piatti acchiappano senza intimorire.

Mi guarda di sottecchi e poi si avvicina e dice Sono Francesca, e con garbo indaga: la grossa fotocamera non mente, e pur’io indago. Non si fa pregare, Francesca Colombani da Maleo, e mi racconta la storia di una Locanda, che è diventata Osteria, che è diventata luogo eletto di appassionati di cibo e di vino. Con raffinatezza ma senza acrobazie. Mi parla della nuova storia dell’Albergo, di come e cosa lei e il fratello Mario hanno interpretato la memoria e il prezioso patrimonio di sapienza e stima ben conservato nel forziere di famiglia. La sala è tutta di legno, con i lunghi tavoli sezionati per offrire un’intimità in qualche modo conviviale, in cui la distanza non è separazione e la prossimità non è invasione. Scelgo cose consuete e cose meno, e Francesca mi fa un cenno d’intesa, confermando che ha ben compreso la curiosità e il desiderio di comprendere l’universo di questo luogo perso – ma non perduto – nella sterminata pianurka padana.

Fibrillo con la testina, salsata alla francese, ma realizzata con gusto e perfezione in misura adeguata, tra morbidezza gelatinosa e masticabilità. Mi avventuro sull’ineluttabile risotto, questa volta crivellato dal sapore della salsiccia e mitigato dalle verze, con il pizzo di raspadura ad inevitabile complemento. Punto di cottura profondo senza mollezze, mantecatura robusta ma con garbo. Poi la coscia di faraona con le mele: “Una ricetta messa a punto dalla mamma”. Qui è d’uopo la lunga cottura, ma lontano da sottovuoti e basse temperature: fuoco dolce, e tempo quello che occorre. Nè meglio nè peggio delle varianti moderne, ma un linguaggio diverso.

Nella carta dei vini c’è il mondo: le lucine colorate brillano e i campanellini squillano mentre chiamo un flacone vecchio di San Colombano. Vinone, ma non privo di una sua terragna e pianeggiante grazia.

Saluto, portando via due chiacchiere e un buon sapore. Mi intrufolo nella vettura e mi guardo attorno, stranito dal quel luogo che non riesco a collocare, così vicino ed incredibilmente lontano. Sento bussare al finestrino, due ragazzi – due quasi-bimbi – mi sorridono e mi parlano. Abbasso il finestrino e mi dicono Buonasera signore, ha bisogno di indicazioni? Che sensazione stralunata, io che pensavo fossero babygangster che volevano rubarmi l’auto il portafoglio e la virtù. Premo il bottone del navi, e la folgore mi colpisce: Gioanfucarlo amava l’Albergo e ne raccontava, a modo suo, le glorie. Le lucine si spengono, e guido piano nella notte, verso la metropoli.

  • albergo del sole - 05
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