Quali sono le connotazioni che caratterizzano un
Barolo degno di questo nome? Potenza, muscolarità, ampia struttura, colore concentrato, pienezza ed estrazione al gusto? Niente affatto, errore! Il vero Barolo è piuttosto una sintesi, ben calibrata, ma naturale, non programmata a tavolino, di finezza, eleganza, armonia, dove è il tannino di quest’uva magica chiamata
Nebbiolo a funzionare da colonna portante ed elemento strutturale.
Ma dove entrano in gioco a dare tridimensionalità e complessità ai vini altri elementi naturali come acidità, ricchezza di sapore data dalla composizione geologica dei terreni su cui insistono i vigneti, infinita variazione di sfumature aromatiche, tutti fattori che sono lontani anni luce da quel processo di costruzione del gusto che ha reso possibile la creazione di tanti fenomeni da “dottor Mabuse enologici”.
Questo premesso, se il Barolo è eleganza, cosa di più elegante, nella galassia variegata rappresentata dai villaggi e dai terroir del Barolo, di un Barolo di Castiglione Falletto, villaggio posto proprio al centro della denominazione? E cosa di più elegante, quasi una quintessenza dell’eleganza, di un Barolo espressione di quella vigna stupenda, classificata tra i soli undici vigneti di prima categoria nella Carta del Barolo realizzata nel 1980 da Renato Ratti, che si chiama Villero?
Stiamo parlando di un vigneto di 15 ettari scarsi, con esposizione sud sud-ovest, in larga parte argilloso-sabbioso, calcareo, composto da marne grigie, argille brune e sabbie grigie di origine marina, leggermente più ricco rispetto ad un altro vigneto memorabile di Castiglione come il Rocche, rivendicato da diversi produttori di questo villaggio. Tutti buoni o quasi i Barolo Villero (io amo in particolare quelli di Brovia e di Giacomo Fenocchio), ma il Villero più… Villero è per me ogni anno quello di un produttore proprietario, quasi esclusivo, di un altro vigneto supremo in Castiglione Falletto, il Monprivato, ovvero Giuseppe Mascarello.
Oggi condotta da Mauro Mascarello e da suo figlio Giuseppe, nipote di quel mitico “Gepin” scomparso giusto trent’anni orsono. Meno di un ettaro la sua porzione di Villero, posta a 260 metri di altezza e ripiantata nel 1988, ma esaltate da un vinificazione e da un affinamento tradizionali, fermentazione tradizionale 20/25 giorni a cappello emerso e sosta in botti di media capacità di rovere di Slavonia per circa 36 mesi, le uve danno un risultato di straordinaria finezza, come dimostra l’annata 2008 da me recentemente delibata.
Splendido il colore, nebbioloso per definizione, un rubino squillante luminoso, poco carico, con i bagliori della rosa al tramonto, e super fragrante, di una delicatezza senza pari, il bouquet, tutto ribes e lampone, accenni di cacao, erbe aromatiche (soprattutto rosmarino), cannella, terra bagnata e ancora rosa. Ma è il gusto a conquistare dal primo impatto, a farti letteralmente innamorare e votare alla causa di questo vino di categoria superiore, dominato da un tannino setoso e vellutato che ti accarezza letteralmente il palato, da una carnosità golosa del frutto, da un nerbo vivace e salato e da una freschezza, da un perfetto equilibrio di tutte le componenti, tannino, acidità, ricchezza di sapore, estratti che lascia stupefatti.
Perché, l’aveva detto bene Balzac “ricchi si diventa, eleganti si nasce” e il lusso e l’ostentazione che rendono apparentemente grandi certi Barolo appariscenti e da degustazione, costano meno, ancora Balzac, dell'eleganza. Che é come la bellezza in certe donne non più giovani ma sempre affascinanti, o c’è o non si può inventare…